Prima della psicologia ci arrivò la filosofia antica. Aristotele secondo il quale il singolo non basta a se stesso. L’uomo è un ingranaggio di una macchina sociale, che se isolato smette di funzionare. E allora forse è proprio qui che va ricercata la paura di stare soli. Di non avere nulla di cui prendersi cura o, viceversa, di non poter contare su alcuno quando si ha bisogno di aiuto. La paura della solitudine è la paura di non poter mostrare ciò che siamo o siamo diventati. Perché se non c’è chi ci riconosce è quasi come se non esistessimo. E’ anche così che nascono i social come strumento terapeutico. E secondo gli psicologi, Twitter in particolare, sono la sensazione di restare in comunicazione col mondo. Non importa se anche solo in maniera virtuale. Così finisce che si traducano in pochi caratteri anche delle sciocchezze, scene di vita quotidiana che nessuno potrebbe (o dovrebbe) conoscere.

Pensieri e, talvolta, retropensieri. “Viene usato spesso come antidoto alla solitudine”, dicono i medici, “e così diventa compulsivo. Se può la paura della solitudine essere considerata un disturbo patologico? Forse è il disturbo più diffuso e ne origina un’altra serie e di più intensa gravità. Come l’autostima”. Antonio Lo Iacono, nel libro Psicologia della solitudinesostiene che sia paradossale “negare la propria solitudine” e che in fondo equivale a negare se stessi: per cercare di non soffrire si può entrare in uno strano spaesamento, un non-luogo che rappresenta l’immagine più affascinante, ma anche più drammatica della solitudine”.

Maria Gabriella Scuderi, psicologa e psicoterapeuta, spiega che “stare da soli ci obbliga a fare i conti con i nostri limiti. Per imparare a stare da soli bisogna prima di tutto avere un buon rapporto con la propria persona, conoscere le proprie risorse, perché sono i nostri punti di forza più che le nostre fragilità che ci permettono di stare bene in solitudine”.

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Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 13 gennaio 2014