C’era da aspettarsela la grande rivincita de La grande bellezza, così come due effetti collaterali ad essa direttamente connessi. Primo, l’aver dissotterrato e tirato a lucido l’immortale provincialismo tricolore. Visto? Se lo dicono gli americani, allora sì che Sorrentino ha fatto un capolavoro. Ammazza, gli americani. Loro sì che se ne intendono. Altro che quegli invidiosi degli spettatori nostrani. 

E se invece il film fosse stato costruito esattamente per compiacere il palato americano (secondo effetto collaterale della grande rivincita)? Se quella Roma e quell’Italia non avessero nulla di reale, ma al contrario tutto ciò che dall’esterno ci si immagina debbano avere Roma e l’Italia? “Io conosco l’Italia”, dice la bella tedescona in Amarcord di Fellini: “Michelangelo, Fanculo, ‘O sole mio”. 

La grande bellezza è come quella serie di cartoline a fisarmonica che si vendevano una volta; cartoline in technicolor con vista su altrettanti luoghi comuni. Il cinismo, il latin lover, l’arte, la frivolezza, le passeggiate notturne, il disincanto… Poco importa che non ci sia un soggetto degno di questo nome, che la sceneggiatura inanelli una serie di sentenze imbarazzanti, che certi salotti e certi sottoboschi rappresentino solo se stessi, che gli attori, Servillo incluso, gigioneggino fino alla nausea. Poco importa, o forse meglio. 

L’unica attenuante e che forse tutto questo era voluto, o meglio calcolato. E in effetti i calcoli si rivelano giusti. Da tempo non si vedeva un film-souvenir così ben confezionato. Bastava solo prenderlo dalla bancarella e piazzarlo nella vetrinetta delle buone cose di pessimo gusto, tra un Golden Globe e l’altro.