La parola crowdfunding è sulla bocca di tanti da parecchio ormai, e se ne parla in continuazione, tant’è che sono stata protagonista di diversi articoli durante la realizzazione del mio progetto sulla piattaforma italiana Musicraiser.

Stavolta a raccontarvelo voglio essere io, da dietro le quinte, dalla parte di chi ha deciso di chiedere aiuto dal basso per un proprio personale sogno, diventato poi comune a 212 persone (tante sono quelle che hanno reso possibile la stampa del mio secondo cd auto prodotto Piccoli frutti).

La decisione di scriverne proprio oggi attiene a due episodi apparentemente scollegati tra loro e cioè: la notizia, appresa dalla pagina fb di Michael Pergolani, della chiusura del suo programma Demo, su Radio 1 Rai, dopo dodici anni di attività insieme a Renato Marengo e la mia adesione come raiser, cioè donatore, al progetto di un artista, anche lui su Musicraiser per realizzare il suo disco.

Non c’è molto da aggiungere a quello che è sotto gli occhi di tutti: mancano gli spazi per la musica in radio e in televisione, quanto meno per le piccole produzioni e gli artisti indipendenti che vogliano aprirsi un varco e uscire dalla nicchia creata dalla loro attività live o dal loro successo social nel web. Chiudendo Demo si commette l’errore di togliere un contenitore che tanto ha dato a tanti emergenti, anche dal punto di vista economico (spero ancora si tratti di un errore).

I tempi sono duri per tutti, non ci sono investitori e investimenti e quindi non ci sono “investiti” e di questo si rendono conto non solo quelli come me, abituati a fare i conti ogni giorno con il proprio personale impegno a tutto tondo, non solo artistico ma anche logistico, di comunicazione e quant’altro. Se ne rendono conto anche coloro che in passato sono cresciuti con l’etichetta “staff” dietro le spalle. Oggi alcuni di loro scelgono la via dell’autofinanziamento tramite raccolta fondi, forse per rimanere più liberi di esprimersi senza vincoli, forse perché non troverebbero adeguate risposte da parte di case discografiche.

Il risultato o meglio il fine di quest’operazione non cambia ed è assolutamente positivo e meritocratico: offrirsi la possibilità di conseguire il proprio obiettivo facendo decidere a furor di popolo il sì o il no. Questo è.

Quando ci si propone chiedendo l’appoggio ai donatori, lo si fa contando sulla fiducia che essi ripongono in noi più che nell’operazione che andiamo a fare. Perché di quell’operazione poco sanno, quel poco che riusciamo a fargli percepire attraverso la nostra comunicazione, il nostro entusiasmo, le nostre richieste, la nostra perseveranza. In effetti non è poco nemmeno questo. Ma di fatto non conoscono quante canzoni ci saranno nel nostro disco, se di disco si tratta, e se saranno meritevoli o meno della spesa che hanno deciso di affrontare per aiutarci e sostenerci.

Cosa diamo in cambio di questo impegno che rappresenta un onere più consistente data la precarietà diffusa a tutti i livelli (ma i sogni ce li teniamo evidentemente ancora stretti)? Non si tratta solo della consegna di un cd o di un video, cioè del raggiungimento dell’agognato obiettivo, ma è la testimonianza tangibile dell’unione che fa la forza, della possibilità che tanti siano i protagonisti e non solo l’ego dell’artista. Ogni donatore, contribuendo alla produzione, trasforma l’opera del singolo in corale, comune, collettiva. E non importa che si possano dare quattro euro oppure centottanta, come è capitato a me, che ho ricevuto questa cifra da una persona che non lavora.

Dopo un’esperienza del genere cambiano le prospettive anche in chi ha ricevuto le donazioni. All’epoca della mia raccolta fondi promisi a me stessa che se fosse andata in porto sarei diventata a mia volta sostenitrice di un altro progetto e così è stato. Oggi, tenendo fede al mio impegno ho voluto aiutare un amico cantautore che ha cominciato la sua campagna.

Anche in passato abbiamo sostenuto i nostri amici che pubblicavano un libro o un cd acquistandone un numero consistente di copie da regalare, con la doppia funzione di pubblicità e sostegno. La differenza è solo che con il crowdfunding lo facciamo prima, a scatola chiusa e spesso nei confronti di chi non abbia né editore né produttore.

Una cosa voglio aggiungere a conclusione di queste personali riflessioni, come consiglio per chi si appresti a cominciare la sua raccolta: non risparmiatevi. Non bastano un evento su Facebook o il tag indiscriminato dei propri contatti. Cercate una comunicazione specifica, personale, dedicata, capillare e soprattutto vera, con ciascuna delle persone che volete includere nella vostra cerchia. Dedicate quel tempo che volete sia dedicato a voi con generosità di intenti, e con generosità di gesti verrete compensati.