Cialente se ne va. Il sindaco dell’Aquila ha rotto gli indugi e dopo un giorno “di passione”, come lo ha definito qualcuno intorno a lui, ha deciso di rassegnare le proprie dimissioni. Poche parole, prima di chiudersi in silenzio stampa. “Me ne vado, è giusto così”, ha detto, “ho riflettuto e ho deciso nell’interesse della città”. Una città sotto shock di fronte alle rivelazioni dell’ultima inchiesta sulle tangenti legate alla ricostruzione. Un enorme giro di soldi e corruzione, quattro arresti e quattro indagati, tra cui il vice sindaco Roberto Riga che si è dimesso il giorno stesso, e intercettazioni che continuano a ferire al cuore una popolazione già martoriata dal terremoto dell’aprile 2009. Le dimissioni di Massimo Cialente erano state chieste a gran voce da più parti. E alla fine, dopo qualche giorno di esitazione, sono arrivate.

Ma non è la prima volta che il sindaco dell’Aquila, medico di professione, si trova a fare i conti con il balletto delle dimissioni. Nella sua carriera politica, iniziata negli anni ’70 nelle fila del Pci, Cialente ha più volte paventato la sua uscita da questa o quella situazione. Era già successo nel marzo del 2011, quando le difficoltà riscontrate nel reperire i finanziamenti per la ricostruzione e i problemi interni alla sua maggioranza, lo portarono a formalizzare le dimissioni da sindaco. Poco dopo però tornò sui proprio passi e le ritirò: erano arrivate rassicurazioni dal governo su aiuti economici per risollevare il bilancio comunale e ricompattare la maggioranza in Consiglio.

E sempre di dimissioni si parlava qualche anno prima, nel 2000, quando rinunciò a proseguire nel suo incarico di consigliere provinciale. Più tranquilli gli anni in Parlamento, quando nel 2001 e poi ancora nel 2006 venne eletto alla Camera con i Democratici di sinistra. L’anno successivo si presentò alle elezioni comunali con L’Unione e venne eletto sindaco dell’Aquila al primo turno. Una prima vittoria che lo avrebbe portato a sedere su quella poltrona fino ad oggi. Dopo il sisma arrivò la nomina a vice commissario alla ricostruzione, con una delega specifica all’assistenza della popolazione, ma anche a questo incarico Cialente rinunciò ben presto, era il settembre del 2010. Allora, tra le motivazioni addotte, ci fu “la poca chiarezza nelle nomine dei vice-commissari e le conseguenti difficoltà di gestione della struttura”.

Oggi, l’uomo che ha rappresentato la tragedia dell’Aquila davanti ai grandi della terra, dice di “essere stato lasciato solo tra gli interessi di chi vuole far soldi col terremoto e la politica di Roma che non si decide a prendere misure serie per far rivivere la città”. La decisione di Cialente infatti non sarebbe stata dettata solo dall’inchiesta sullo scandalo tangenti, ma anche dalle dichiarazioni rilasciate subito dopo alla stampa dal ministro per la Coesione territoriale Carlo Trigilia, delegato dal governo a gestire la ricostruzione dell’Aquila e dei comuni del cratere sismico. “Dal 2009 ad oggi”, ha detto Trigilia, “sono stati spesi 12 miliardi di euro. Se siano stati spesi bene o no, io non lo posso dire perché non c’ero, ma so che la magistratura è intervenuta più volte per verificare presunte irregolarità. Mi auguro di no, ma se le ipotesi investigative fossero confermate, questa vicenda sarebbe davvero deplorevole”.

Per gli inquirenti dell’inchiesta denominata “Do ut des, l’ammontare delle tangenti ipotizzato è di 500mila euro, mentre sarebbe di quasi 3 milioni l’appropriazione indebita relativa al pagamento dei lavori. Soldi e parole, pesanti come macigni. Come quelle dell’assessore Ermanno Lisi, intercettato al telefono mentre dice “abbiamo avuto culo” nel gestire il terremoto col suo enorme business.