Un drappo nero appeso sulla soglia del cantiere dove fino a qualche giorno fa una decina di operai era impegnata nella ricostruzione delle loro case, distrutte dal terremoto, e un cartello scritto a mano: “La banca ha ucciso questo cantiere: 14 persone senza lavoro, 40 senza casa”. E’ iniziata con l’occupazione della Cassa di Risparmio di Cento e “proseguirà ad oltranza” la protesta delle 16 famiglie proprietarie della palazzina di Corso Trento Trieste, a Finale Emilia, che hanno deciso di “denunciare” l’inghippo burocratico che ha bloccato, di fatto, la ricostruzione dello stabile in cui fino a 20 mesi fa abitavano. Uno stop avvenuto a causa dei complicati passaggi che compongono l’iter da seguire per ottenere i contributi statali stanziati dopo il terremoto, iter che ha ridotto al 30% le richieste di fondi pubblici a pochi giorni dalla scadenza dei termini per presentare domanda, e che per le famiglie finalesi, in tutto una cinquantina di persone tra mamme, papà, anziani e bambini, si è tradotto nel mancato pagamento della “cambiale Errani” all’azienda incaricata di svolgere i lavori. Il Sal, o stato di avanzamento lavori, insomma, necessario all’impresa non solo per mandare avanti il cantiere, saldare le fatture e pagare i materiali, ma anche per retribuire gli operai “che hanno lavorato notte e giorno – raccontano i condomini oggi sfollati – per restituirci il prima possibile la nostra casa” .

La vicenda delle 16 famiglie finalesi inizia ufficialmente ad agosto 2013, quando il Comune di Finale Emilia delibera l’ok ai lavori di ricostruzione della palazzina resa inagibile dal terremoto, costo complessivo 582. 235 euro. L’incarico viene affidato a una ditta locale, la Ati Dama srl, dieci operai in tutto, che immediatamente avviano il cantiere. “Quei lavoratori si sono dati un gran da fare per ricostruire le nostre case – racconta Idriss Najjah, che in Corso Trento Trieste viveva, fino a 20 mesi fa, con la sua famiglia – hanno lavorato notte e giorno, con il sole e con la nebbia, facendo doppi turni, e il cantiere andava bene”. Finché non è sopraggiunta la burocrazia. Al raggiungimento del 50% dell’intervento, che secondo l’ordinanza comunale dà diritto all’azienda di incassare la cambiale Errani, il denaro stanziato dallo Stato per la ricostruzione, sono arrivati i problemi: “Il sistema che dovrebbe servire a tenere alla larga criminalità organizzata e ‘sciacalli’, imprese, cioè, che incassano il denaro e poi spariscono senza lavorare – spiega Giuseppe Macrì, architetto progettista incaricato di seguire il cantiere – in realtà non fa che mette in difficoltà le piccole e medie aziende. Se le grandi imprese hanno la liquidità necessaria ad avviare un cantiere senza essere retribuite immediatamente, mano a mano che i lavori proseguono, le realtà più piccole si trovano in difficoltà ad accettare incarichi che prevedono versamenti a intervalli di tempo molto ampi, perché non hanno il denaro necessario a pagare i materiali e gli stipendi”.

Secondo la normativa vigente le banche, entro il 27 di ogni mese, devono ‘prenotare’, presso la Cassa Depositi e Prestiti, il denaro necessario a pagare le ‘cambiali Errani’, che poi verranno erogate alle imprese incaricate di eseguire i lavori il 10 del mese successivo. “Noi abbiamo consegnato tutta la documentazione richiesta, con certificazione dell’ufficio tecnico che attestava l’effettivo raggiungimento del 50% dei lavori previsti dal progetto, il 20 dicembre scorso – racconta Macrì – ma l’ultimo giorno utile siamo stati contattati dalla banca, che ci chiedeva di presentare le firme di tutti gli inquilini quando noi, come è riportato nella delibera, avevamo eletto un rappresentante”. Il tempo per farlo, quindi, non c’è, anche perché nel frattempo qualcuno è morto, e qualcuno è andato fuori città, e la richiesta viene negata. Esasperati, operai della Ati Dama srl e inquilini insieme, venerdì hanno deciso di occupare la filiale della Cassa di Risparmio di Cento come segno di protesta, ma ciò che si sono sentiti rispondere dal direttore è ciò che poi rallenta molti cantieri in tutto il ‘cratere’ terremotato, tanto che ad oggi, a pochi giorni dalla scadenza dei termini previsti dalla normativa, sono solo il 30% le domande di contributo pubblico presentate: “il sistema funziona così, ed è così che funziona la burocrazia”.

“Stiamo valutando cosa fare – racconta Najjah, marocchino di nascita e finalese da 30 anni, sfollato come i vicini di casa – abbiamo pensato di cambiare banca, ma il problema è che è il sistema che andrebbe cambiato”. Il cantiere di via Trento Trieste, quindi, su cui ora sventola il drappo nero appeso dagli inquilini in segno di protesta, si è fermato. L’azienda, regolarmente iscritta alla white list, senza il denaro della cambiale Errani, circa 250.000 euro, cioè la metà della cifra necessaria a ultimare la ricostruzione dello stabile, non può saldare le fatture, pagare gli operai, i fornitori, e i materiali già utilizzati. Quindi non può più lavorare. “Speravamo di rientrare in casa ad aprile, ma a questo punto non so quando succederà” spiega Najjah. “Noi tecnici più volte abbiamo cercato di fare presente alle istituzioni che così non si può andare avanti, che i Sal vanno pagati ogni mese, che così le piccole e medie imprese finiranno per fallire – continua Macrì – lo Stato e la Regione dicono che i soldi ci sono? E allora che li diano ai cittadini, perché sono le risorse a fare la differenza tra chi va avanti e chi chiude. Insieme agli operai della ditta ci riuniremo e valuteremo cosa fare, quel che è certo è che chiederemo un incontro con le istituzioni e andremo avanti. Non resteremo fermi a guardare una burocrazia che ci porta via casa e lavoro”.