Cosa stiamo facendo? Come stiamo vivendo? Sempre connessi. Sempre a guardare schermi. Milioni di informazioni che travolgono la mente e il corpo. L’ombra sta oscurando la nostra luce interiore. L’ombra avanza. Finanza informatica vorace, network informativi e televisivi, multinazionali della tecnologia, mostri tentacolari della telefonia, schermi, schermi, schermi. In ufficio. A casa. Nei ristoranti. Nei bar. Nelle stazioni ferroviarie. Nelle auto. Addosso mentre cammino. Nei treni mentre viaggio. Schermi ovunque.

Ma lo schermo non è Dio. Siamo esseri fragili. Possiamo ammalarci. Possiamo perdere la nostra umanità. Possiamo sprofondare nella solitudine e vivere nell’illusione della connessione. Mi occupo di videodipendenze dal 1999, quando pubblicai il primo libro sul futuro schermi. Nel 2002 ho realizzato questo sito che tratta l’argomento. Nel 2007 ho poi fondato Netdipendenza Onlus per impegnarmi nella prevenzione delle sindromi da videodipendenze e tecnostress, con l’intenzione di aiutare soprattutto i ragazzi, rapiti da un incantesimo. La Internet dipendenza e il tecnostress sono malattie riconosciute. Malattie psichiatriche. Lo ripeto spesso nei miei corsi di formazione. Sono nati ospedali nel mondo che curano queste patologie e nei prossimi post ne parlerò. Ho deciso che su questo blog, dal 2014, scriverò solo di videodipendenze. Basta politica ed economia, temi che ho trattato spesso fino ad oggi. Bisogna capire che ci stiamo ammalando. Troppa informazione digitale. Troppi schermi. La giornalista Paola Porciello, in questo post sul Fatto, poneva la domanda: “E’ possibile restare umani in un mondo tecnologico?”. E’ una domanda importante. Se non siamo umani, diventiamo bestie. Umanoidi. Corpi meccanici biologici. Siamo questo? Siamo solo questo? No.

Siamo anime. E siamo connessi solo grazie all’amore. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Senza amore siamo sconnessi. Tutte le terapie psicologiche che curano la Internet addiction, la social network dipendenza, il tecnostress, aiutano la persona a ritrovare il proprio nucleo interiore, ad amarsi, a connettersi con il proprio sé. Gli antichi filosofi greci la chiamavano psiche, soffio vitale, anemos. Cioè anima.

In questi giorni esce il film “Disconnect”, del regista Henry Alex Rubin. Lo slogan dice tutto: “Oggi che siamo sempre connessi, siamo soli più che mai”. E’ una profonda verità. Andate a vederlo. Trascinate i vostri amici. Toglietegli i telefoni dalle mani. Spegnetegli il computer. Staccate i loro occhi da Facebook. Ditegli di venire con voi. Usate tutta la vostra capacità di convinzione per portarli a vedere questo film. Hanno bisogno di capire il male che ci sta divorando. E seduti in un cinema, davanti al papà degli schermi, possono forse ricordarsi che bisogna stare svegli, all’erta, connessi al proprio cuore.

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