Raccontava un famoso scrittore spagnolo che un altro scrittore altrettanto famoso le aveva raccontato: ‘La mattina vedo del sangue sulle vetrine delle librerie‘. ‘Perché?‘, gli domandò il primo. E il secondo rispose: ‘I libri litigano tra di loro. Si scontrano negli scaffali nella notte. E nella loro guerra per essere più visibili, lasciano segni di sangue‘.

Ma questa non è l’unica guerra nel mondo dei libri. Queste dispute sono sempre più frequenti. Si vendono sempre meno libri. La crisi del settore editoriale è una crisi ‘da manuale‘: ci sono fattori di offerta e di domanda, interni e esterni, specifici e generali, congiunturali e strutturali, pubblici e privati. E’ una crisi che sta dentro un’altra crisi, perché: 1) gli acquirenti hanno meno reddito a disposizione e la recessione estende i suoi effetti a quasi tutti gli ambiti; 2) il mondo dell’editoria è in processo di cambiamento verso i libri elettronici; 3) le case editrici e le librerie stanno chiudendo, salvo quelle che possano vendere best seller; 4) le caratteristiche della lettura si stanno adattando a formati diversi, sempre più ridotti e flessibili; 5) c’è meno sostegno alla cultura, all’educazione e alle politiche pubbliche. Di conseguenza, agli autori non resta altro rimedio che quello di cercare nuove fonti di ispirazione o sperare nell’arrivo di qualche mecenate che allievi i propri dolori e la propria disfatta. Ma torniamo ai libri, anche per fare un esempio di ciò che sta succedendo.

Che fa un lettore quando cerca un libro? Normalmente tenta di trovarlo al miglior prezzo. Se può, cerca il formato più adatto. O, al contrario, cerca proprio quel libro a dispetto del formato. Dopodiché, in genere, legge il libro il più rapidamente possibile, di carta o in formato e-book, comprato o ‘piratato’, perché è molto impegnato o perché ha un ritmo di vita che lo esige.

Che fa un autore? Per prima cosa pensa che ha scritto o sta per scrivere qualcosa di buono, anche se ancora non sa bene come andrà a finire. Secondo, cerca di ‘collocarlo‘. Ma nelle case editrici è sempre più difficile, e questo lo obbliga a metterci più immaginazione. Terza cosa, si mostra disposto a contribuire alla promozione e la distribuzione della sua opera, comprando esemplari per i propri familiari e amici, e appoggiando la diffusione dell’opera attraverso i social network e altre reti non molto ‘social’.

Che fa l’editore? Per cominciare calcola il costo necessario per sopravvivere un altro mese. Così come la maniera di recuperare parte di quello che secondo lui è l’ampio margine commerciale del quale si ‘appropriano’ i distributori e i librai a svantaggio di editori e autori. Dopodiché spera nell’arrivo di nuove opere creative, se possibile firmate da talenti famosi, anche se sa che gli spazi reali e virtuali per diffonderle sfuggiranno inevitabilmente al controllo editoriale. Alla fine, se alcuni mesi dopo ancora è vivo (come editore), pensa a recuperare parte degli investimenti e tornare ad investire, in una forma o un’altra, in maggiore produzione editoriale, salvo che opti per promuovere la ‘auto-edizione’ o che il proprio consigliere contabile abbia una particolare propensione per i ‘paradisi fiscali’

Troppo libri pubblicati: ‘Ci sono troppe opere che saturano il mercato e molti libri auto-editati, senza nessun tipo di controllo’, dichiara un interessato in materia, che si affaccia al mio pc. ‘Ci sono pochi finanziamenti pubblici per il mondo dell’editoria e per tutti coloro che hanno a che fare con la cultura’, si lamenta un altro ‘esperto’ del tema. E’ positivo che ci siano tanti libri? Chi si permette di dire di no, in una società che si vanta di promuovere la libertè di scelta. A che costo e a che prezzo si possono avere più o meno libri? Al prezzo che si può pagare, e al costo che determini il beneficio (collettivo) che vogliamo. Costo e prezzo si possono quantificare senza tenere in conto le ‘politiche pubbliche’, tanto in favore del settore editoriale come contro la cultura collettiva, tanto a livello fiscale che di altro tipo?

Su questi temi qualcuno potrebbe obiettare che è più importante sovvenzionare gli alimenti che i libri. Ma i due aspetti vanno uniti, sia dal verso positivo che negativo. L’esempio è la Spagna, dove si sopprimono allo stesso tempo gli aiuti alle mense scolastiche pubbliche e ai libri di testo per le famiglie con reddito più basso.

Con tanti tagli statali e del welfare alcuni hanno perso la dignità e vogliono che gli altri tacciano per facilitare la loro impunità. La crisi del mondo editoriale è un ramo secco in più dell’albero della grande recessione che soffriamo. Certo accentuata dal cambio di preferenze dei consumatori, l’apparizione di nuovi formati per la lettura, e il cambiamento tecnologico che rende possibile migliorare l’efficienza dei processi di produzione e distribuzione. In questa situazione non è facile adattarsi, né definire bene le priorità di fronte alla crisi. Dov’è il limite tra l’interesse nella divulgazione e la convenienza di promuovere la conoscenza, il sapere e la scienza?

Nel frattempo libri, librai e editori continuano la loro battaglia, a volte senza sapere molto bene contro chi stanno lottando. Per ridurre i costi, migliorare la diffusione e provare a raggiungere i propri obiettivi, le case editrici ricorrono sempre di più all”edizione a richiesta‘ e alla pubblicazione di queste stesse opere in supporto elettronico. Cercano di adattarsi alla nuova realtà anche diffusa: una realtà con cui non si incastrano bene le opere che compiono più una funzione di ‘bene pubblico‘, come è il caso di molte pubblicazioni scientifiche, educative e accademiche, per le quali si stabilisce la priorità di ‘competere’, quando possono farlo soltanto partendo da uno svantaggio commerciale, perché i loro obiettivi non possono essere solo economici.

Benvenuti i cambiamenti, se servono per incrementare la lettura. Siano benvenuti anche i nuovi formati per la loro capacità di diffusione, se accettiamo la sfida e l’opportunità che rappresentano. Ma questo non può farci dimenticare un dato essenziale: i libri, così come gli alimenti basilari devono poter contare sull’appoggio delle politiche pubbliche che facilitino l’accesso a questi beni da parte dei cittadini, con l’obiettivo di migliorare l’uguaglianza di opportunità e contribuire allo stesso tempo a innalzare il livello di vita in tutti gli ambiti.

Qualche neoliberista esclamerà che se si tratta di buoni libri non hanno bisogno di aiuti per essere pubblicati e diffusi. Ma non basta questa filosofia: ‘alcuni fiori bisogna regalarli’, come bisogna avere cura dei beni pubblici, al posto di lasciarli al volere dei mercati, che tanto frequentemente si sbagliano e non lo fanno con imparzialità.

Le politiche pubbliche, comprese quelle che dovrebbero appoggiare l’estensione e il rafforzamento della cultura, devono essere ‘trasparenti‘ e potersi valutare in maniera oggettiva, con criteri economici, ma anche con criteri e scopi sociali. Si possono ‘applicare questi principi’ al mondo dell’editoria, almeno quando la sua produzione non si regge esclusivamente sulla smania di lucro? Nell’eventualità, è preferibile non fare questa domanda né nelle università spagnole né negli organismi governativi che ‘illuminano’ la cultura e la scienza in Spagna. Rimarremmo senza risposta.

di José Antonio Nieto: Professore di Economia all’Università Complutense di Madrid e membro di econoNuestra 

(Traduzione dallo spagnolo di Alessia Grossi)