“Se sono questi zingari, li bruciamo tutti”. E ancora: “Andiamo, gli diamo fuoco come escono, con un fucile gli spari in una volta”. Ancora meglio: “Li potevamo proprio sequestrare e li torturavamo fino a quando non dicono come e quanto”. Insomma, il concetto è chiaro. Agostino Catanzariti, presunto reggente della ‘ndrangheta di Buccinasco, arrestato assieme ad altre nove persone l’8 gennaio 2014, pare aver le idee chiare. Alla base di tutto c’è un presunto furto di gasolio dal camion del suo compare Michele Grillo parcheggiato in un deposito di via Tre Castelli. Una storia nella storia che emerge dalle 350 pagine di richiesta di custodia cautelare firmata dai pm antimafia Paolo Storari e Giuseppe D’Amico e che dà la misura del contesto sociale in cui vivono gli uomini delle cosche calabresi trapiantati in Lombardia.

La vicenda inizia nell’ottobre 2011, quando Michele Grillo accenna la questione a Natale Trimboli, altro componente del gruppo criminale. Quindi chiede: “Vai a prendere Catarina”. Grillo parla in codice. Dice Caterina, ma intende la pistola. Annotano i pm: “Dalla conversazione emerge anche che, quella sera, gli indagati fanno un vero e proprio appostamento, armati, al deposito, con lo scopo precipuo d’individuare i responsabili dei furti”. Quindi sempre Grillo spiega cosa faranno: “Ci nascondiamo là un poco (…) perché, tutti i giorni, la notte scassano le baracche, voglio vedere se arriva qualche zingarotto là dentro”. Riprende Trimboli: “E gli spariamo”. Il compare dice di no. Almeno non davanti al deposito di via Tre Castelli perchè “altrimenti ce lo accollano”. Meglio invece aspettare quando “vanno in qualche altro magazzino, andiamo e gli spariamo nelle parti di sotto, dal petto in giù”. E così, verso le dieci di sera del 31 ottobre 2011, i due si appostano vicino al deposito. Stanno in macchina, la solita Citroen di Grillo, e parlano: “Io li volevo vedere arrivare, farli scappare. Gli sparavo un paio di colpi di pistola. La tiravo fuori, gli davo due colpi nei fianchi, li lasciavo mezzi stecchiti. Quando gli meni nella spalle, con un coso forte, sai i polmoni…”.

Trimboli propone invece un’altra strategia: “Bisogna venire di giorno, se lì ci sono gli zingari, gli dici: chi è il capo qui? Senti, vedi che da quando siete arrivati voi, qui, una volta manca il gasolio, una volta scassate il cancello (…) . Facciamo finta che non è successo niente. La prossima volta, vengo qui e vi ammazzo, ma tu non ti preoccupare, adesso ti sto avvisando”. Quindi sempre Trimboli propone di andare dagli zingari con due pistole. “Andiamo con tutt’e due, gli diciamo: vedi con quale vuoi morire: con questa o con quest’altra?”.

La vicenda degli zingari e dei furti di gasolio si protrae per qualche mese. Tanto che nell’aprile 2012 Grillo ne parla con Agostino Catanzariti. E’ in questa intercettazione che il presunto reggente della cosca Barbaro-Papalia svela i suoi propositi incendiari che, sottolineano i pm, “non sono spavalderia”. Tanto che, ricordano i magistrati, già nel 1976, anno in cui, stando alle stesse parole del presunto boss, Rocco Papalia uccide lo zingaro Giuseppe De Rosa, Catanzariti aveva mostrato propositi simili. Ricorda: “Quando è successo l’omicidio, gli ho detto: andiamo, sì gli mettiamo, che c’avevamo un paio di centinaia di metri di miccia, gli mettiamo fuoco: come saltano! Li facciamo marmellata”.

Questo il contesto sociale “piuttosto lontano dalla esperienza comune”. Ma “solo così – scrivono i magistrati riportando i passaggi della sentenza Nord-sud del 1997 – si accetteranno racconti di omicidi consumati per vendicare e lavare l’onta di uno schiaffo, o di una espressione sgradevole, oppure omicidi eseguiti senza sapere perché, a titolo di favore e come corrispettivo di una analoga cortesia”. Insomma, un mondo a parte identico a quello emerso durante l’epoca dei sequestri. “Perché – scrissero i giudici dell’epoca – può essere incredibile che si sia potuto tenere incatenato, in una grotta dell’Aspromonte, per due anni, un ragazzo di 18-20 anni come Cesare Casella e questo solo per denaro e in paziente attesa che il riscatto venisse integralmente pagato. E così, ancora, per Evelina Cattaneo, per la stessa ragione tenuta per oltre tre mesi legata mani e piedi a una branda, occhi e bocca bendati: libera solo di respirare. Vigilata accuratamente da uomini che le sedevano accanto. Una condizione che riesce a scuotere lo stesso Saverio Morabito (killer dei clan poi collaboratore di giustzia), che di quella cultura è certamente figlio, quando va a trovarla nel luogo in cui è segregata, per sbloccare le trattative del pagamento del suo riscatto”.