Nella galassia dell’economia globale, il pianeta Cina ruota di 360 gradi. O almeno così vorrebbe. La forza che dovrebbe imprimere il movimento rotatorio sono le riforme varate durante il terzo plenum del Politburo, a novembre: tanti piccoli/grandi cambiamenti che devono essere coordinati e dosati con equilibrio, per non creare disastri cosmici. Forti anche del risultato positivo sul commercio, che vede la Cina prima potenza nel 2013 davanti agli Stati Uniti. Cominciamo dal cambiamento apparentemente più paradossale. Il ritmo di crescita del Pil rallenta e rallenterà sempre più. Ed è una buona notizia. Perché se fino a qualche anno fa si temeva che un tasso inferiore al 7 per cento non avrebbe consentito di dare occupazione a tutta la popolazione in età lavorativa, oggi, mentre ci si avvicina a quella soglia, la musica è cambiata: bisogna per forza andare più piano per crescere meglio, è questo il nuovo verbo. Il che non significa fermarsi, quello mai.

Il paradosso. Nel mese di novembre, la produzione industriale anno su anno è scesa dal 10,3 del mese precedente al 10 per cento. Gli investimenti in capitale fisso, che sono un indicatore per la spesa pubblica, sono calati dal 20,1 al 19,9. Quanto alla crescita complessiva, alla fine di quest’anno sarà del 7,5 per cento rispetto al 7,8 dell’anno scorso e bisogna ringraziare il colpo di reni dell’ultimo trimestre – grazie a un mini pacchetto di stimoli varato dal governo a luglio – altrimenti sarebbe ancora più bassa. Eppure sia governo sia buona parte degli osservatori sembrano piuttosto sicuri: la Likonomics, la dottrina economica del premier Li Keqiang, ha imboccato la via giusta. Una crescita meno rapida e più sostenibile, da economia evoluta, è proprio ciò che vuole la leadership cinese. L’hanno ripetuto per tutto l’anno, dal momento dell’insediamento dell’accoppiata Xi Jinping-Li Keqiang a fine 2012, fino al già citato terzo plenum, che ha varato un programma di riforme sul lungo periodo. Riforme “rivoluzionarie” proprio perché smantellano il “modello Deng” (Xiaoping) che ha fatto crescere vertiginosamente la Cina per trent’anni, ma che ora appare inadeguato. Mica facile. L’economia cinese è infatti una matassa di cui è difficile trovare il bandolo.

La crescita accelerata ottenuta dal modello Deng si basa troppo sugli investimenti che finiscono in settori improduttivi, generano debito pubblico, mostruosità ambientali, alti tassi di corruzione, emergenza sociale. Tutte queste storture si concentrano in quella colata di cemento, altrimenti nota come bolla immobiliare, che nonostante gli sforzi non si riesce a sgonfiare. A novembre, il rilevamento dei prezzi delle case in 70 città cinesi ha mostrato che sono aumentati anno su anno in ben 69 di loro, con media del 9,9 per cento. Nelle maggiori città, i prezzi aumentano addirittura a doppia cifra. Alla radice, ci sono soprattutto due fattori. Il primo è l‘indebitamento dei governi locali. In Cina, il potere di tassazione è centralizzato, mentre le spese sono decentralizzate. Il governo centrale incassa circa la metà del gettito fiscale, ma contribuisce ai servizi sul territorio solo per una percentuale del 15 per cento circa. Al resto devono pensare province, contee e municipalità, che quindi spendono molto più di quanto incassino dal gettito e quindi si indebitano. L’unica risorsa disponibile per restare a galla è a questo punto la terra, che i funzionari locali cedono ai cosiddetti “developer” per riempire le casse pubbliche e, spesso e volentieri, pure le proprie tasche.

Giusto per dare un’idea, nel 2010 la vendita di terreni contribuiva ben al 32 per cento delle entrate dei governi locali. I contadini sono così espropriati e diventano migranti che si riversano nelle maggiori città come forza lavoro a basso costo, la forbice sociale si allarga e diventa destabilizzante anche per il sistema politico. Il secondo fattore è la scarsa possibilità di investimento che esiste in Cina, unita all’assenza di un welfare efficiente. La gente deve valorizzare i propri risparmi per fare fronte alla vecchiaia o agli imprevisti, ma se li deposita in banca, gli interessi sono troppo bassi, perfino al di sotto dell’inflazione. Ogni occasione speculativa diventa quindi buona e il mattone è la principale (ma, giusto per capirsi senza dilungarsi, ci sono anche una bolla dell’arte, dei cartoni animati, del vino e così via). Succede che privati, piccoli imprenditori e perfino le stesse banche, investano in prodotti di wealth management paralleli al sistema del credito ufficiale – il cosiddetto “credito ombra” – che veicolano inevitabilmente denaro verso l’immobiliare. Ma, sul lungo periodo, i soldi non tornano indietro, perché il mattone non è un settore ad alto valore aggiunto. E qui abbiamo dunque sia la devastazione del territorio, sia il debito che si gonfia, sia i funzionari che si mettono le mazzette in tasca, sia il problema delle classi sociali rimaste indietro nella corsa al “glorioso arricchimento” promesso da Deng.

Rallentare significa ricalibrare tutto. Secondo Yukon Huang – analista senior del Carnegie Endowment for International Peace e, soprattutto, ex country director della Banca Mondiale per la Cina (1997-2004) – il bandolo della matassa è la politica fiscale. “Come in Occidente, il problema più grande è il bilancio”, ci ha detto. Se si risolve il problema di come spostare più risorse verso i governi locali, si risolve tutto. Non è facile, visto che Pechino deve da un lato gestire costi sempre più “da superpotenza” e dall’altro evitare che il denaro gestito localmente alimenti la corruzione. Altri analisti e, soprattutto il governo cinese, sembrano quindi propendere per una soluzione più organica rispetto a quella indicata da Yukon Huang. E torniamo quindi alla rotazione: non bisogna riformare solo il sistema fiscale, ma fare tanti piccoli/cambiamenti che trasformino il sistema nel suo complesso.

Ecco il senso delle “riforme rivoluzionarie” varate a novembre. Ai contadini sarà per esempio concesso di mettere sul mercato la terra che coltivano o di accedere a crediti per continuare a lavorarla in aziende agricole più efficienti. Chi deciderà comunque di andare in città potrà avere più facilmente un hukou (residenza) urbano, per poter ottenere gli stessi servizi e diritti dei cittadini. Al contempo, sarà imposto un “sistema di proprietà misto” alle grandi imprese di Stato e “capitale privato qualificato potrà creare banche medio-piccole”, in modo da diversificare il sistema del credito e offrire possibilità di investimento alternative al mattone. Infine, si punta su un welfare di modello statunitense – basato cioè su assicurazioni private – per quanto riguarda il sistema pensionistico e quello sanitario, mentre proseguono i progetti di edilizia convenzionata che dovrebbero sia sgonfiare la bolla, sia offrire ai cittadini vecchi e nuovi case con prezzi accessibili.

Il più grande ostacolo sulla via della transizione (rotazione) economica sono gli interessi costituiti che sul vecchio modello hanno costruito fortune personali e potere politico. Si annidano soprattutto nelle grandi aziende di Stato ed è per questo motivo che la nuova leadership accompagna le riforme con una grande campagna anticorruzione che, già da un anno, intende “colpire sia le tigri, sia le mosche”, cioè sia i pezzi grossi sia i funzionari locali. È una lotta dietro le quinte dove il rispetto dello Stato di diritto, così come lo intendiamo noi, non è certo una priorità. La vittima più celebre è finora Bo Xilai – l’ex leader di Chongqing e membro del Politburo caduto in disgrazia e condannato all’ergastolo – ma proprio in questi giorni si sta consumando la nemesi di Zhou Yongkang, grande protettore di Bo ed ex zar della sicurezza di Stato. Lo scopo della grande svolta dell’economia cinese è creare il nuovo ceto medio soddisfatto – cioè consenziente e stabilizzante – che è anche forza lavoro adeguata a un’economia sempre più dell’informazione e sempre meno industriale, nonché moltitudine votata ai consumi. I dati più recenti sono da questo punto di vista incoraggianti. Il reddito disponibile delle famiglie urbane è aumentato del 7,3 per cento anno su anno nel terzo trimestre. I loro consumi hanno raggiunto un picco di espansione annua del 5,6 per cento tra luglio e settembre e la crescita delle vendite al dettaglio ha raggiunto i massimi livelli degli ultimi 11 mesi a novembre. Eppur si muove.

di Gabriele Battaglia