Nel dibattito scaturito dal Jobs Act lanciato da Renzi, ci tengo a fare, più che un commento ad una proposta molto vaga e semplificata, le considerazioni sui punti che ritengo nevralgici in tema di lavoro per quello che concerne il mondo del sapere e quello dei giovani.

Piano Industriale

Per rilanciare l’occupazione e compiere un vero piano industriale serve rilanciare l’innovazione e la ricerca, immaginarsi nuovi prodotti e nuovi modi per produrli. Nessun piano industriale, che sia sulle nuove tecnologie come sulla green economy, che sia sul tessile come sulla siderurgia, può prescindere da un forte rilancio della ricerca pubblica e da una forte incentivazione di quella privata.

Oggi in Italia vi sono le competenze e le conoscenze necessarie per convertire il nostro apparato industriale. Per fare ciò è necessario che lo Stato assuma un ruolo di guida, con le aziende di cui è azionista che sono le più grandi in Italia (Finmeccanica, Eni, Poste, Ferrovie) e con gli immensi fondi della Cassa Depositi e Prestiti che sono stati gestiti in maniera privatistica negli ultimi anni. Il ruolo del pubblico – come abbiamo ribadito in questo documento recentemente – è inoltre necessario per orientare gli investimenti in ricerca ed innovazione verso settori civili e verso quelli dell’alta tecnologia piuttosto che in difesa e sicurezza, i primi sono infatti campi fondamentali per innovare il mercato del lavoro e migliorare la qualità della vita di tutte e tutti.

Riforma del Mercato del Lavoro

Assegno di disoccupazione

Nella proposta di Renzi, come spesso viene fatto, si lega la possibilità di avere l’assegno di disoccupazione (timida forma di reddito) all’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e all’accettazione della seconda proposta di lavoro. Innanzitutto non è chiara l’entità di questo assegno. Da questo punto di vista c’è la proposta di Legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito che fissa a 600 euro mensili questo “assegno”.

Per questo è necessario avere il coraggio, anche nel nostro Paese, di parlare di reddito minimo garantito, dando piena attuazione alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 21 ottobre 2010.

In secondo luogo non tutti coloro che perdono un lavoro devono continuare a formarsi. Per esempio: che corso di formazione professionale deve seguire una persona altamente specializzata che ha già studiato per anni? In ultima analisi l’obbligo di dover accettare la seconda proposta di lavoro rischia di impoverire molte persone con competenze alte che si trovano a accettare lavori sottoqualificati o a rifiutare l’assegno.

Sarebbe il caso di potenziare i centri pubblici per l’impiego creando un raccordo reale tra domanda e offerta di lavoro tramite la certificazione di tutte le conoscenze e le competenze, formali e non formali, che un individuo ha o le sue carenze su cui agire tramite percorsi ad hoc.

Riforma dei contratti

Renzi vorrebbe introdurre un contratto di ingresso che mano mano si trasforma in un contratto a tempo indeterminato a “tutele crescenti”. Una proposta già fatta da altri in passato: la Boeri-Garibaldi ad esempio, che vedeva un contratto di inserimento di tre anni e poi la stabilizzazione o la proposta Ichino che vedeva il raggiungimento di tutte le tutele dopo vent’anni. Inoltre, questo modello sostituirebbe interamente quello attuale? Come si previene il fatto che le aziende licenzino tutti poco prima della definitiva stabilizzazione?

A prescindere dalla flessibilità dei contratti ci sono alcuni diritti che non sono negoziabili come la maternità e la paternità e altri su cui va riaperto un dibattito dopo gli scempi degli ultimi anni, come quello alla pensione, diritto che le nuove generazioni, in questo contesto, non conosceranno mai. La precarietà è oggi cifra costante della vita di milioni di persone eternamente ricattati e con il pensiero fisso che si possa essere cacciati via in ogni momento senza nessuna protezione sociale. Occorre dunque un nuovo sistema di welfare, che non sia solo vuota promessa della creazione di nuovi posti di lavoro ma che sia innanzitutto un sistema capace di promuovere le persone e le loro opportunità, che riconosca l’autonomia di scelta professionale, intellettuale ed artistica e che garantisca la continuità del reddito nei tempi di non lavoro. Un modello di welfare universale, che estenda tutele e diritti acquisiti a coloro cui vengono negati.