Sono state formulate al giudice Gianandrea Bussi le durissime richieste di condanna, nell’ambito del processo che coinvolge quattro dei sei poliziotti della questura di Piacenza, tutti arrestati con accuse molto gravi. In Tribunale a Piacenza, dopo la requisitoria del Pubblico ministero Michela Versini durata per ben sei ore, sono state chieste pene pesanti: per Paolo Cattivelli 11 anni e 6 mesi ridotti a 7 anni e 8 mesi e 56mila euro di multa, per Paolo Bozzini 14 anni e 6 mesi ridotti a 9 anni e 8 mesi e 80mila euro di multa, per Luca Fornasari 12 anni e 2 mesi considerando la riduzione del rito e 50mila euro di multa, mentre per Luciano Pellilli 12 anni e 3 mesi diminuiti a 8 anni e 2 mesi e 60mila euro di multa. Infine per Giorgio Cavaciuti, che non è un agente ma un pensionato 66enne, definito dal pm “un uomo che di mestiere fa lo spacciatore da sempre” sono stati chiesti 11 anni e 9 mesi ridotti a 7 anni e 10 mesi e 78mila euro di multa.

Ancora in standby i procedimenti a carico di altri due poliziotti: Enrico Milanesi in fase di indagine, e Claudio Anastasio che ha scelto il processo con rito ordinario. In buona sostanza, il processo che si è aperto a Piacenza ha portato alla sbarra l’intera sezione narcotici della questura cittadina, travolta dall’inchiesta dei carabinieri che lo scorso aprile fecero scattare le manette per 15 persone (oltre ai sei agenti alcune “lucciole” e pusher sudamericani), per reati che vanno dallo spaccio di cocaina al favoreggiamento della prostituzione. Un’indagine senza precedenti nel Piacentino, condotta sul campo dal Nucleo investigativo dei carabinieri, capitanati da Rocco Papaleo, coordinata dal procuratore capo Salvatore Cappelleri ed i pm Michela Versini e Antonio Colonna, che ha scoperchiato il modo di operare da parte degli agenti che ha inquietato l’opinione pubblica piacentina.

Numerosi i reati contestati, che riguardano episodi di acquisto di cocaina destinata al commercio, per quantitativi variabili da 70 grammi a 1 chilogrammo. Falsificazione di atti d’ufficio da parte di pubblici ufficiali per garantire l’impunità a coindagati per determinare l’archiviazione di procedimenti penali (laddove invece erano emersi elementi di responsabilità). E ancora, attività di contraffazione di documenti e conseguente illecito rilascio, mediante induzione di errore del funzionario preposto, di permessi di soggiorno al fine di favorire la permanenza in Italia di persone dedite alla prostituzione (violazione della legge Merlin). Non solo, perché a loro carico sono state formulate anche le accuse di attività di procacciamento, da parte dei pubblici ufficiali indagati, di alloggi destinati all’esercizio dell’attività di prostituzione e di intervento in caso di controlli di polizia per impedire l’identificazione e la conseguente espulsione, bloccando così l’esecuzione di relativi ordini emessi dal questore. Inoltre il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio in cambio di utilità economica e di sollecitazione al privato di dazione di denaro.

In pratica i poliziotti, in collaborazione con una banda di spacciatori, organizzavano l’acquisto di cocaina e la successiva commercializzazione. Solo in seguito, per coprire il sistema messo in piedi, “sacrificavano” un corriere di secondo piano arrestandolo. In questo modo, aveva già spiegato il procuratore pochi giorni dopo l’arresto, “cercavano di coprire l’intera attività illecita”. Fulcro del sistema, che pareva ben oliato e aveva portato gli agenti di polizia a decorazioni e scatti di carriera, era Giorgio Cavaciuti. Il pensionato che, hanno ricostruito le indagini, per tredici anni avrebbe rifornito di “bianca” tutta la “Piacenza bene”, da professionisti a commercianti, sempre dai trent’anni in su.

Per coprire questa attività, sempre secondo gli accertamenti della procura, gli agenti hanno utilizzato in alcuni casi persino le auto di servizio per trasportare lo stupefacente e passare così inosservati a possibili controlli. Oppure, due di loro, sono accusati anche di corruzione perché pare si adoperassero come detective privati per risolvere questioni di tradimento coniugale, a fronte di un tornaconto in denaro o buoni di carburante. In un caso, addirittura, l’incarico sarebbe arrivato dalla moglie di un imprenditore della zona e i due poliziotti avrebbero fatto pedinamenti per confezionare le prove del tradimento dell’uomo alla consorte (e avrebbero ricevuto una tessera per il carburante per varie centinaia di euro). In un ulteriore caso contestato, un poliziotto si sarebbe fatto consegnare circa mille euro in contanti da una donna, sempre per raccogliere prove su una presunta relazione extraconiugale del marito. “Eseguiti degli ordini, non sapevo degli altri colleghi”, oppure “facevamo appostamenti prestabiliti, sono riscontrabili” alcune delle formule utilizzate dagli agenti a loro discolpa, che vennero riportate alla stampa da parte degli avvocati difensori. La prossima udienza è prevista per il 16 gennaio.