Portate abitualmente scarpe in pelle con suole in cuoio, camicie di seta e maglioni in lana? Forse non lo sapete, ma siete dei malvagi sfruttatori e carnefici di animali. L’ho capito dai commenti al mio precedente intervento in cui definivo l’animalismo e l’antispecismo come nuove ideologie. In realtà sono qualcosa di molto più radicale: sono autentici fondamentalismi! Gli animalisti e simili non pretendono infatti di essere rispettati nelle loro opinioni e scelte di vita, bensì pretendono che le loro credenze siano fatte proprie dalla società in virtù della loro presunta superiorità etica.

Quindi non basta seguire una dieta mediterranea, povera di carni e grassi animali, non basta ritenere che certe forme intensive di allevamenti vadano condotte in modo più naturale e sostenibile per l’ambiente: la salute individuale e quella dell’ambiente sono aspetti secondari rispetto al punto centrale della considerazione ugualitaria della nostra alle altre specie animali. Possiamo uccidere un animale solo per legittima difesa: se intendiamo farlo invece per cibarci, dobbiamo farlo ad armi pari (forse con la sola eccezione di arco e frecce).

E in una società contemporanea permeata di relativismo che rifiuta qualunque affermazione di principi o valori assoluti “non negoziabili” cui informare le leggi civili (si pensi alle laceranti polemiche sul tema del rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale o della natura e fine del matrimonio rispetto ad altre forme di unione) come si può non definire come fondamentaliste l’insieme delle convinzioni politiche di animalisti e antispecisti?

E per chi, come me, le consideri una deriva culturale da “sonno della ragione”, riporto questo commento: “La deriva culturale è quella di pensare che schiavizzare, torturare e uccidere esseri senzienti sia un valore col quale addirittura bisogna trovare un equilibrio (della serie: abusiamo degli animali, ma con moderazione e senza inquinare; divoriamoli, ma con garbo); la deriva culturale è quella di pensare che la compassione e la difesa dei più deboli e dei loro diritti fondamentali non sia un valore che vada assolutamente difeso e considerato prioritario rispetto ad ogni altro interesse; la deriva culturale è quella di pensare che tutta l’insensatezza e la violenza di un sistema fondato sull’assoggettamento e la sistematica e istituzionalizzata mercificazione di individui inermi e indifesi debbano essere affrontate e risolte dal singolo individuo attraverso le “rinunce” personali e non debba essere, piuttosto, la società nel suo insieme – attraverso il confronto e l’ascolto delle voci divergenti – a mettere in discussione i processi e i meccanismi di oppressione che ha creato al fine di eliminarli e così crescere in cultura e civiltà”.