Come se un anno non fosse passato; come se l’indignazione, le proteste, i dibattiti e le nuove leggi non fossero serviti a nulla. Perché oggi, sulle prime pagine dei quotidiani indiani e internazionali, la notizia principale è l’ennesima storia di violenza, questa volta  a Calcutta, nello Stato del West Bengala, subita da una bambina di 12 anni.

Uno stupro e una morte che si sommano a quelle di centinaia di donne nel 2013.

Dopo l’assassinio della studentessa ventenne di Nuova Delhi nel dicembre del 2012, la colossale mobilitazione popolare indiana, fatta anche e soprattutto da giovani uomini, lasciava sperare che da un abisso così inimmaginabile di brutalità si potesse, si volesse e dovesse uscire immediatamente. Invece nulla è cambiato e un anno è passato invano.

Eppure mai nella storia dell’India si erano visti milioni di persone di ogni età ed estrazione sociale tanto indignate da scendere in piazza per manifestare contro la violenza maschile sulle donne per oltre un mese.

Ma perché le violenze invece di diminuire sono aumentate?

Lo Stato aveva risposto istituendo una commissione – la Commissione Verma –  composta da tre “saggi” (tre giudici uomini, di cui due in pensione) che aveva l’obiettivo urgente di rivedere le leggi e indirizzare l’azione del parlamento e del governo nella prevenzione e nella tutela della popolazione femminile da qualsiasi forma di violenza.

Dopo un mese di consultazioni, la Commissione presenta un documento estremamente all’avanguardia riguardo alle soluzioni da prendere, recepite però solo in  parte dal Parlamento, che in più ha introdotto la pena capitale per i casi di stupro particolarmente efferati.

Così, nel settembre 2013, in virtù della nuova legge, la corte suprema indiana ha pronunciato il suo verdetto per gli stupratori di Delhi: l’impiccagione.

In questa maniera lo Stato indiano ha placato gli animi dell’opinione pubblica che volevano la pena di morte. La pena capitale va assolutamente contro quanto raccomandato dalla “Commissione Verma” e quanto chiesto dalle associazioni di donne che si occupano di contrasto alla violenza da decenni,

Le attiviste della associazioni indiane hanno rilevato infatti che nel 2013 gli uomini abusanti, in risposta alla pena capitale, per non lasciare le proprie vittime “vive o capaci di testimoniare”, sono diventati particolarmente feroci; si sono orientati verso “target” più vulnerabili, meno capaci di difendersi o di ricevere protezione. Hanno insomma scelto deliberatamente vittime di caste basse o di fasce sociali particolarmente vulnerabili: le donne povere, le disabili, le intoccabili, le appartenenti a minoranze etniche e non ultimo le minorenni come nel caso di Calcutta.

Questo approccio securitario permette ai governi degli Stati di aggirare il problema, rispondere nel breve termine assicurandosi un certo consenso elettorale aumentando le pene previste per i maltrattanti, ma nulla ha a che vedere con l’elaborazione di reali politiche di contrasto alla violenza, di prevenzione e cambiamento di culture obsolete basate sulla soggezione di una essere umano sull’altro, e sulla formazione e responsabilità degli operatori dello Stato, polizia, pronto soccorsi e sistema giudiziario in primis, e la protezione delle donne che subiscono violenza, perché troppo costose e complesse.

L’India ci insegna su più fronti come il boomerang della violenza colpisce la mancanza di volontà politica che diventa incapacità dello Stato e ricade sulle sue cittadine e cittadini. La nuova legge con la pena di morte non è stata assolutamente un deterrente per evitare nuove violenze, garantire procedure e pene certe, proteggere le vittime. Il caso della bambina di 12 anni a Calcutta è emblematico: lei, sostenuta dalla famiglia, ha denunciato lo stupro, per questo è stata violentata una seconda volta e, dopo aver cambiato casa, sono tornati per darle fuoco perché comunque voleva andare avanti nella denuncia.

Il West Bengala, in cui si trova Calcutta, è lo Stato dell’India con il più alto tasso di denunce di violenza sulle donne. Chi lo governa continua a sostenere che i dati sono sovrastimati, che le cifre sono false e si vuole solo gettare discredito sul suo partito. Paradossalmente, chi governa questo Stato è una donna.

Le associazioni di donne del West Bengala nel 2013 sono scese in piazza diverse volte a sostegno di diversi casi di violenza e più volte sono state respinte e non ascoltate. Chiedono tempi più brevi di trasmissione dei casi di violenze dalla polizia verso i giudici, massimo 60-90 giorni, e processi veloci con giudizio in sei mesi, maggiore illuminazione stradale nelle aree rurali e urbane, più sicurezza di movimento per le donne e più responsabilità degli operatori dello Stato, che significa soprattutto meno corruzione della polizia e dei politici. 

La violenza non dovrebbe essere una questione di contrattazione politica, ma la politica dovrebbe essere una fautrice del contrasto alla violenza indipendentemente dal partito di appartenenza.