Quando mamma Rai fa un compleanno, e adesso ne festeggia sessanta con il grigiore e la stanchezza che annientano qualsiasi lineamento di passata gioventù, i commenti più curiosi sono dei critici di professione che non la conoscevano all’epoca perché all’epoca non esistevano. Quel che possiamo sapere, e i contenuti di repertorio trasmessi in estate sono formidabili, e tanti libri e tante carte sono preziose, è che la televisione pubblica fu pubblica per un breve periodo.

I primi decenni di costruzione durante la ricostruzione, mentre i governi democristiani dovevano ancora impratichirsi col mezzo, furono magnetici per la cultura italiana, che ne veniva attratta e rilasciava programmi d’avanguardia e d’impegno sociale e civile (una categoria rottamata per difetto di coscienza collettiva). Ne scrive con straordinaria fortuna storica Furio Colombo, sempre al posto giusto nel momento giusto. Dovevi creare un rotocalco? E allora chiamavi dei collaboratori, tali Norberto Bobbio, Italo Calvino, Primo Levi, Danilo Dolci, accanto a Gianni Vattimo, Mario Soldati e Umberto Eco. Qualcuno potrebbe temere che il corrispettivo contemporaneo siano Fabio Volo, Enrico Brizzi e Federico Moccia. No. La questione è ancora più drammaticamente assurda. Quando viale Mazzini vuole inventare qualcosa s’avvia un processo automatico: la chiamata di amici, l’appalto non certo conveniente, il fallimento o il successo tanto nessuno pagherà. Consumato l’entusiasmo iniziale, cresciuta la vergine Repubblica, il servizio pubblico è diventato il vizio pubblico dei partiti, che la sfruttavano (e la sfruttano) per piazzare amici, amanti, sodali, parenti; fare propaganda, manipolare l’informazione.

Chi affronta l’argomento Rai deve celebrare la lunghissima direzione di Ettore Bernabei, cattolico ben introdotto in Vaticano, seguace Opus Dei, poi uomo d’affari. Bernabei ha mandato in onda numerosi capolavori, non ha interrotto l’opera educatrice (e ipocrita) di viale Mazzini, ha censurato abbastanza (Dario Fo, ’62) e ha legato l’azienda ai democristiani. Ne sarà prova evidente la nomina di Biagio Agnes (’82), indicato dal conterraneo Ciriaco De Mita, a sua volta appena eletto segretario Dc. La spartizione scientifica di canali e telegiornali, l’equilibrio perfetto fra centro, socialisti e comunisti, è la macchia più grossa di viale Mazzini. La più indelebile. Per molti, inevitabile. Nonostante fosse sempre più imbalsamata e burocratica, la Rai allevava giornalisti e conduttori eccezionali come Milena Gabanelli, Michele Santoro e custodiva il maestro Enzo Biagi. E tanti, tanti che rimpiangiamo.

La politica s’indebolisce con Mani Pulite, cerca una mutazione genetica – risulterà soltanto cromatica e di sigle notarili – e s’affaccia in politica il concorrente illegittimo, salvato dai decreti di Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. La Rai viene bloccata, legata al cappio di Mediaset. Le due televisioni vanno con la stessa velocità, tanto Cologno Monzese stravince con la pubblicità. La nuova sinistra non si sottrae al metodo di Berlusconi: chi governa a palazzo Chigi, governa anche a viale Mazzini. E vengono inventati dirigenti memorabili come Letizia Moratti e Mauro Masi.

Per il colpo finale, c’è l’orribile legge di Maurizio Gasparri e la consegna ufficiale di una zattera pubblica, non più mamma ormai matrigna, ai partiti che siedono in commissione di Vigilanza. Da anni, e senza soste neanche per la nausea, Rai1 viene confezionata per un pubblico di anziani (e cattolici) con serie televisive per la maggior parte prodotte da Lux Vide di Bernabei. Dimenticato l’epurato Daniele Luttazzi, scomparso Enzo Biagi, Rai2 rinuncia a Michele Santoro e s’affida a Michele Porro. L’ex fortino di sinistra, Rai3, è ormai un salotto di trinariciuti ripresi con le telecamere. Con poche e buone intuizioni. Lo sport è marginale, non più nazionali, raccontato come se fossimo ai tempi di Nando Martellini, ma senza Nando Martellini. Sopravvive il rituale Festival di Sanremo, che non è il Festival della canzone italina, ma un costoso e sbrilluccicoso evento annuale. Questa è la Rai che fa sessant’anni. A dire il vero, pensavo fossero duecento.