L’accusa potrebbe sembrare assurda, ma la magistratura egiziana l’ha presa sul serio se è vero che ha aperto un’inchiesta e ha già convocato i dirigenti della compagnia telefonica. Uno spot televisivo di Vodafone trasmesso durante il periodo natalizio in Egitto sarebbe infatti pieno di messaggi subliminali rivolti ai Fratelli Musulmani su come e quando organizzare un attentato. Protagonista dello spot è il celebre pupazzo Abla Faitha, un burattino di stoffa simile ai personaggi dei Muppets molto amato dai bambini egiziani e utilizzato dal 2012 dal colosso delle telecomunicazioni per i suoi spot nel paese. Come da noi noti attori e cantanti che danno voce a degli animali per i caroselli televisivi della medesima compagnia, con la differenza che adesso Abla Faitha è stata accusata di terrorismo. Anzi, di fornire proprio indicazioni su come fare un attentato in un centro commerciale.

Nella pubblicità nel mirino degli investigatori, la vedova Abla Faitha parla al telefono con un’amica mentre la figlia Karkoura cerca per casa la sim card del defunto marito. Durante la telefonata la donna fa riferimento a una certa Mama Touta e poi racconta all’amica che ha mandato dei cani da fiuto in un supermercato a cercare la sim card perduta. Per l’accusa questa è una chiara indicazione della preparazione di un attentato in un centro commerciale, dove i cani non sarebbero in grado di fiutare l’eventuale bomba. Mama Touta sarebbe poi il nome in codice della Fratellanza, e i quattro rami dell’alberello di cactus che si vede in sottofondo un chiaro riferimento al gesto del Raba’a, che significa quattro ma che richiama oramai nella gestualità comune il massacro del 14 agosto scorso alla moschea di Al Raba’a, al Cairo, dove finì in carneficina il presidio dei Fratelli Musulmani. 

Inoltre la pallina di Natale che pende dall’alberello, e che apre le riprese, starebbe proprio a indicare la bomba come cuore nevralgico dell’operazione. In realtà l’accusa nasce da un intervento televisivo di Ahmed Spider, un agitatore politico noto per le sue posizioni complottiste, ma evidentemente le autorità del Cairo lo hanno preso molto sul serio se hanno subito voluto sentire i rappresentanti della compagnia telefonica, che a loro volta hanno scritto un lungo comunicato in cui si distanziano da questa interpretazione, sostenendo che si tratta di un semplice spot per la riattivazione delle sim card perdute “e che non nasconde altri messaggi nascosti”. Pochi giorni dopo anche Abla Faitha si è presentata in tv a difendersi durante un programma serale sul canale di regime CBC, concludendo tutto con una farsesca litigata con la figlia Karkoura e rivendicando il suo ruolo comico.

I social network sono impazziti, ed è cominciata una campagna di liberazione al grido dell’hashtag #FreeAblaFaitha, mentre alcuni critici più seri hanno scritto che tutto questo pandemonio è stato organizzato per distrarre la popolazione dai mancati processi sui colpevoli delle varie stragi e dal mancato rilascio di moltissime persone ancora in carcere dal 2011 senza processo. La blogger Sarah Carr per esempio, ha scritto come la vicenda sia “la dimostrazione che settemila anni di civiltà siano finiti in mano a dei buffoni”, e che “è inconcepibile che un pm dia ascolto a un pupazzo quando non è ancora stata fatta luce sulla strage di Raba’a, dove furono assassinate oltre 1000 persone”. Ma non è la prima volta che Vodafone finisce nel mirino in Egitto. Proprio durante la presa di Piazza Tahrir la compagnia fu accusata di aver tagliato le comunicazioni per favorire Morsi, e qualche mese dopo di aver fatto delle pubblicità in cui si attribuiva la riuscita della ribellione. E ora è il turno di Abla Faitha. 

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