Il dramma e la speranza: Enrico Mentana intorno alle 22. 30 del 5 gennaio 1984 dà la notizia, durate il Tg 1 di mezza sera, dell’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, a Catania, a pochi passi dal teatro Stabile; alcuni studenti liceali bussano alla porta della redazione del mensile antimafioso I Siciliani e si offrono volontari per lavorare con quei giovani redattori di cui si era circondato “Il direttore”.

Sono sotto choc dopo l’uccisione del loro maestro. Costretti a diventare grandi nella maniera più terribile. Sono la scena iniziale e quella finale della docufiction I ragazzi di Fava che andrà in onda in seconda serata su Rai 3 il 5 gennaio, in occasione dei 30 anni dalla morte di Pippo Fava, su ordine del boss Nitto Santapaola

Quello che si vede, prima e dopo il suo omicidio, è accaduto veramente (a parte la licenza poetica di una giornalista tedesca a cui viene narrata la storia). Chi scrive, ha fatto parte dei “Siciliani giovani”: dopo la morte di Fava hanno bussato alla porta di quella redazione scomodissima e isolata da una città, Catania, in gran parte silente o complice. Hanno scritto su un giornale per studenti, I Siciliani giovani, appunto, si sono stretti intorno a quei redattori, quasi tutti poco più che ventenni, che conducevano inchieste dirompenti, quasi “veggenti”, sull’intreccio politico-economico-mafioso che dalla Sicilia si propagava (e si propaga) nel resto d’Italia. Con l’esempio di Pippo Fava nell’anima. La regia è di Franza Di Rosa, che torna così in Rai dopo l’epurazione di Satiricon. La sceneggiatura è di Gualtiero Peirce e Antonio Roccuzzo, uno dei ragazzi, dei “carusi” di Fava. Gli attori protagonisti, che impersonano sei dei redattori de I Siciliani, “lo zoccolo duro”, sono esordienti e bravissimi. Fa impressione, per chi li conosce, la somiglianza con i veri ragazzi di Fava. In particolare Giuseppe Mortelliti che interpreta Riccardo Orioles. Roccuzzo è impersonato da Francesco Lamantia; Claudio Fava da Alessandro Meringolo, Miki Gambino da Luciano Falletta; Rosario Lanza da Paride Cicirello ed Elena Brancati da Barbara Giordano. Pippo Fava, per scelta assolutamente riuscita degli autori, non è interpretato da un attore. Attraverso i filmati di repertorio c’è lui in carne, ossa e cuore che sviscera il potere mafioso. In un filmato ritrovato da poco, del 18 dicembre 1983, parla con grande passione di mafia e politica a una platea di ragazzi nel teatro di Palazzolo Acreide, il suo paese d’origine. E poi lo si vede accanto a Nando dalla Chiesa, intervistato da Enzo Biagi, pochi giorni prima che fosse ucciso. È la famosa intervista, l’ultima della sua vita, in cui dice “Io ho visto molti funerali di Stato: molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità”.

Il tocco del cinema con la C maiuscola lo dà Leo Gullotta che, per omaggiare il suo amato amico Pippo Fava, ha accettato di fare un cameo: è lo zio di Antonio che incarna la cattiva coscienza di Catania: “Ma cu tu fa fari”; “A mafia non esiste e comunque non la sconfiggi tu”; “Viri che se continui così t’ammazzano”.

Un altro cameo è di un’attrice storica dello Stabile di Catania, Alessandra Costanzo, che fa la madre di Antonio. Nel film non si dice il nome ma ci piace ricordarlo: Giusy Roccuzzo. La mamma di Antonio era una presenza fortissima per i ragazzi di Fava e per I Siciliani Giovani. Una forza della natura che ha sempre accolto tutti nella sua villa ai piedi dell’Etna, incoraggiato il giornalismo d’inchiesta, il movimento antimafia e preparando dei piatti memorabili, soprattutto nelle magiche feste di capodanno.

La docufiction farà il giro di tante scuole. I ragazzi del 2014 ascolteranno Pippo Fava, come quelli degli Anni ‘ 80, e sarà come se non fossero passati 30 anni. Roccuzzo ne è convinto: “Fava diceva che non c’è libertà se non c’è giornalismo libero e viceversa. E la sua, insieme a noi, è stata un’esperienza di giornalismo libero. Scrivevamo tutto, pure della mafia a Milano, al Nord e ci prendevano per pazzi. Anche oggi un giovane che vuole fare questo mestiere ha poche occasioni, pochi spazi di libertà, Il Fatto è un esempio raro in Italia. Credo che i discorsi di Pippo Fava siano utili anche ai ragazzi del duemila”. Fava non era solo un giornalista libero ma anche un commediografo e scrittore dalla penna seducente. Diceva: “A cosa serve vivere se non si ha il coraggio di lottare?”. Parole che, davvero, parlano ancora a tutti. Soprattutto nell’Italia di oggi.

il Fatto Quotidiano, 2 Gennaio 2013