Da qualche anno a questa parte gli appassionati di legal thriller nostrani attendono il libro “annuale” di John Grisham con un misto di devozione, curiosità e diffidenza.

La curiosità è data dal fatto che Grisham, per la storia del dramma/romanzo giuridico scritto su carta, è sempre Grisham. È inutile dirlo. Ha creato, innovato, perfezionato e portato avanti un genere, e ha dipinto avvocati e personaggi collaterali che sono rimasti nella storia dell’immaginazione collettiva. È lo scrittore di legal thriller di riferimento sin dagli inizi degli anni Novanta. Punto.

La diffidenza deriva, invece, dal fatto che, nel corso degli anni, nei suoi romanzi l’attenzione al diritto in senso stretto, ai suoi meccanismi giuridici e ai suoi tecnicismi (che tanto appassiona chi è del mestiere) ha sempre più lasciato il posto all’azione, alla caratterizzazione estrema dei personaggi, ai colpi di scena e, non ce ne voglia Grisham, a storie che sembrano più già ritagliate e “pronte per il cinema” e per i suoi attori che attente anche agli istituti e alle nozioni giuridiche.

L’ombra del sicomoro, pubblicato nei giorni scorsi, mi è sembrato una piacevole novità. Innanzitutto Grisham non ha timore nell’affrontare il tema, sulla carta, forse più complesso, noioso, grigio e meno adatto alla narrazione leggera: il diritto successorio. I testamenti, insomma. Gli eredi. Le scritture in prossimità della morte. Gli attivi e passivi di conti correnti e di bilanci. Le orde di curatori e di notai. Un insieme di fattori, questi, che, se non descritti correttamente, ucciderebbero l’attenzione anche del giallista più devoto.

Grisham è consapevole che il diritto delle volontà dei morti non sia un tema particolarmente appassionante. Con una grande dose di mestiere, allora, annacqua il lato prettamente giuridico (deludendo ancora una volta i giuristi “duri e puri”) con tre belle idee: la nostalgia del passato – con il recupero di un vecchio personaggio che gli ha dato gloria –, i temi del razzismo e delle discriminazioni e il lato per così dire più folcloristico/scandalistico delle successioni.

Circa il lato nostalgico, Grisham parte subito con un colpo basso per i veri appassionati: rispolvera quel Jack Brigance che in tanti hanno amato. L’avvocato de Il momento di uccidere, apparso nel 1989 negli Stati Uniti e nei primi anni Novanta in Italia, il bianco che combatteva contro la discriminazione che altri bianchi portavano verso il suo cliente di colore e che vinceva un processo clamoroso.

Brigance, diversi anni dopo, è però cambiato: il successo del suo unico processo vinto sta scemando, il bilancio familiare e professionale è in crisi e, purtroppo, l’ambiente è sempre quello razzista, gretto e provinciale in cui operava allora. Nulla di bello si prospetta, insomma, all’orizzonte.

Ecco allora che qui interviene un testamento. Un testamento con il quale un ricco possidente lascia un ingente patrimonio alla giovane governante di colore; Brigance si troverà a dover fare il curatore in questa intricata vicenda.

La lettura è piacevole e ho apprezzato tanti aspetti. Innanzitutto Grisham evita, per una volta, i colpi di scena cinematografici. La trama procede in maniera lineare. I caratteri sono, sì, sopra alle righe, ma tutto rimane nella perfetta normalità. Poi l’autore riesce a introdurre senza traumi nella narrazione il diritto delle successioni giocando molto, dicevo, sugli eventi collaterali e folcloristici. Non si aspetti, il lettore, grandi contestazioni formali o dotte disquisizioni circa la capacità di testare o di intendere e di volere. No: qui ci sono i tipici parenti che sbucano dal nulla quando si scopre che la somma lasciata dal defunto è ingente, o conoscenti che si fingono affezionati. All’analisi in senso stretto delle vicende testamentarie Grisham preferisce la descrizione dei traffici che elaborano gli avvocati sottobanco, gli accordi al di là del bene del cliente, la denuncia costante del cattivo operare di alcuni legali, l’arte di scegliere la giuria.

Infine, dicevo, il lettore è comunque affascinato dalla continuità con Il momento di uccidere e con i temi del razzismo e dalle discriminazioni. Brigance opera ancora in un ambiente che è una polveriera razziale, dove le tensioni tra bianchi e popolazione di colore sono forti. E, per completare il quadro, in questo romanzo vi opera un po’ da perdente, in lotta con grandi studi legali e spietati affaristi.

Ho trovato questo romanzo molto interessante. Ha dei toni apparentemente soft, e al centro della trama questioni che sembrano grigie, ma vanta una struttura narrativa e una evoluzione delle vicende di tutto rispetto.