Ha sacrificato la vita del padre pur di non diventare uno strumento di morte in mano ai talebani. Il prezzo di quel gesto è stato trovare il genitore decapitato e fuggire di Stato in Stato, valicare frontiere e mari, per salvare almeno la propria di vita. Ma arrivato in Italia, approdato sulle spiagge pugliesi dopo essersi imbarcato su un canotto da Patrasso, si è sentito dire da un tribunale che la sua storia era poco credibile. Lui è un pakistano di 30 anni. Lo chiameremo K., nome di fantasia. Per i talebani è ancora un condannato a morte e ogni precauzione può essere utile per proteggere l’incolumità sua e della famiglia rimasta in Pakistan.

K. arriva in Italia il 2 novembre 2010. Ma la sua avventura inizia molto prima. Quando ancora lavorava in patria, al confine con l’Afghanistan, come impiegato presso un terminal per camion e mezzi pesanti, con la mansione di registrare le targhe dei veicoli in entrata e uscita e di annotare le merci trasportate. La notte del 18 luglio del 2010 otto persone armate di mitra fanno irruzione in casa sua. Prendono lui e suo padre. Li legano, li bendano e li portano in un luogo sconosciuto. Il secondo giorno di prigionia viene picchiato perché ritenuto un servo degli invasori. I rapitori credevano che quell’hangar altro non fosse che uno schermo commerciale per attività logistiche della Nato. Il terzo giorno K. viene rilasciato a una condizione: dovrà trasportare una jeep carica di esplosivo all’interno dell’hangar e qui farla esplodere. In caso contrario il padre verrà decapitato. E dopo toccherà lui. Lui all’inizio accetta. Ma a metà strada non se la sente. Si consegna alla polizia. Viene rilasciato e si rifugia in casa di amici dello zio. Arriva un telefonata in cui si dice che è stato ritrovato il corpo decapitato del padre. In tasca il cadavere ha un biglietto: ora arriva il tuo turno.

Dopo il funerale del padre, K. fugge in Iran. Da qui arriva in Turchia, passa il Bosforo e approda in Grecia. Ancora una traversata ed ecco l’Italia. Ma qui i suoi guai, questa volta legali, non sono finiti. La commissione territoriale di Bari chiamata a vagliare la richiesta dello status di rifugiato boccia l’istanza il 18 dicembre del 2011. E così il tribunale di primo grado cui fa ricorso, perché ritiene “fantasioso e gratuito” il collegamento tra “la sua attività di semplice impiegato e il motivo ideologico della presunta aggressione del sedicente gruppo talebano”. K. perde il permesso temporaneo di soggiorno, grazie al quale nel frattempo aveva trovato lavoro in provincia di Ferrara presso una ditta artigiana. Perde l’impiego. Ha paura di essere espulso e rimpatriato. Il legale che lo assiste per il tramite di una cooperativa di inserimento sociale, l’avvocato Sara Bruno, tenta l’ultima corte, quella della Corte di Appello di Bari. Di fronte ai giudici di secondo grado vengono prodotti i documenti relativi all’autopsia del padre, le foto del macabro ritrovamento, la segnalazione del posto di polizia dove aveva consegnato la jeep carica di esplosivo. Quanto basta per far ritenere il suo racconto “ampio e dettagliato, plausibile e non smentito da elementi di segno contrario”.

Così, con sentenza 1640 del dicembre 2013, la Corte accoglie il ricorso e gli riconosce lo status di protezione internazionale. E bacchetta nelle motivazioni commissione e tribunale di prima istanza, facendo notare come “immaginare, a fronte di un racconto così completo, che l’uomo abbia fatto migliaia di chilometri e attraversato tanti paesi, approdando infine su una spiaggia pugliese, solo per poter recitare con estrema abilità la scena madre davanti a una commissione italiana è a dir poco una forzatura”. In pochi giorni K. si è ripresentato dal suo datore di lavoro a Ferrara per essere riassunto. “Ora abito da solo, ho un lavoro con un contratto da apprendista. Anche se non guadagno ancora abbastanza per riuscire a portare in Italia mia madre, rimasta da sola”. Sono le poche parole che concede. Anche perché della storia che si è lasciato alle spalle “non voglio parlare, mi dispiace, è troppo forte quello che ho passato. Voglio dimenticare”.