La tregua c’è, ma solo ad Addis Abeba. E la pace in Sud Sudan resta una chimera. Il cessate il fuoco firmato nella capitale etiope dalle delegazioni fedeli al presidente Salva Kiir e quelle legate all’ex vicepresidente Riek Machar non ha avuto gli effetti sperati. E nel Paese africano la guerra civile continua. La conferma arriva da un operatore dell’Onu, in servizio a Bentiu, che a ilfattoquotidiano.it spiega: “Quello che si viene a sapere sulla tregua sono chiacchiere che i delegati fanno ad Addis Abeba mentre negoziano chiusi in un albergo a cinque stelle. Sul territorio i combattimenti proseguono, perché le fazioni vogliono avere più potere negoziale con i successi militari”. E la situazione nello Stato africano resta complicata. “La questione è politica – prosegue l’operatore che preferisce rimanere anonimo – ma soprattutto a livello periferico, è sfociato in una deriva etnica”. 

I due gruppi principali in gioco sono i dinka e i nuer, ai quali appartengono rispettivamente Kiir e Machar. “La prova che si tratta di una questione politica – ha continuato l’operatore Onu – è che ci sono elementi di varie tribù, incluse dinka e nuer, sia da una parte che dall’altra. E questo sia a livello di governo centrale che periferico”. Tra i principali avversari del presidente “c’è anche la moglie del defunto Garang (primo presidente del Sud Sudan morto nel 2005, ndr), anche lui di etnia dinka, che aveva guidato il movimento e la lotta per l’indipendenza e che aveva combattuto contro Machar nelle divisioni interne al movimento di liberazione negli anni 90″. A questo si aggiungono le divisioni interne all’esercito, che a sua volta sceglie con chi schierarsi. Le truppe, infatti sono di tutte le etnie, e il capo di stato maggiore è nuer. “In Sud Sudan, però, la lealtà e il legame con il proprio comandante è più forte di ogni altra cosa”.

Insomma, gli elementi coinvolti nella crisi sono tanti, e in Sud Sudan non si parla di truppe regolari e ribelli. “Noi non li chiamiamo ribelli ma Agf (Anti government forces) in opposizione alle Pgf (Pro government forces). Fanno parte dello stesso esercito, ma si sono divisi. Hanno le stesse uniformi. In aggiunta ci sono altre unità armate o milizie che erano già in conflitto con il governo oppure si erano riconciliate e stavano negoziando il reintegro nelle truppe regolari“. Alla luce di queste divisioni, una soluzione militare non porterebbe risultati a lungo termine. “L’unica via d’uscita possibile è politica e il ruolo della diplomazia internazionale è fondamentale – prosegue l’operatore Onu – Anche una vittoria militare del governo, che è lo scenario più probabile, sarebbe monca e non risolverebbe i problemi”.

Uno dei nodi principali riguarda il petrolio. I giacimenti più ricchi sono nello stato di Unity, e da una parte c’è l’interesse del Sudan, che può contare su un oleodotto che sbocca nel mar Rosso. Dall’altra ci sono le pressioni dell’Uganda, scesa in campo con l’esercito e l’aviazione al fianco del presidente Kiir: un’azione che sembra collegata con “il progetto di un nuovo oleodotto, che dovrebbe passare per Kampala e terminare a Mombasa, in Kenya“. Ma oltre ai problemi politici ed economici, chi sta pagando le conseguenze di questa guerra civile è, come sempre, la popolazione.

“Stiamo dando rifugio a circa 70mila persone che sono venute in cerca di protezione in varie basi (7 posti sicuri dislocati 4 Stati del Sud Sudan) oltre a 700mila sfollati nel Paese. Le violenze iniziate a dicembre hanno portato subito all’uccisione di un gran numero di nuer, e sono tanti i cadaveri di persone in abiti civili ancora sulle strade”. La crisi umanitaria è grave e parte della popolazione cerca di salvarsi lasciandosi tutto alle spalle. “Molti scappano nel “bush”, nelle zone remote, e lì cercano di sopravvivere in qualche modo. Una soluzione drastica, ma forse l’unica alternativa quando neanche i caschi blu riescono a garantire l’accesso a cibo e acqua. “Il problema spesso è logistico. I convogli non possono arrivare a destinazione spesso per lo stato delle strade. La stagione delle piogge è finita due mesi fa – conclude l’operatore Onu – e spesso c’è solo una strada. Che non è sicura”.