La voce del Papa dei poveri accarezza la buona volontà di chi ascolta davanti a San Pietro. Migliaia e migliaia col rimorso per egoismi da dimenticare. Ma dove la piazza finisce la folla ritrova la praticità che obbliga a fare i conti. Perché non siamo né liberi né uguali. E la cipria degli affari riavvolge le abitudini per un attimo ripudiate. Le gerarchie non ammettono trasgressioni al vangelo delle convenienze.

D’accordo, il Papa fa il suo mestiere quando condanna quel tipo di pace che si affida all’equilibrio degli arsenali nucleari. Ma non considera che le armi fanno girare le Borse, garantiscono occupazione e consumi lievito della modernità. Con la pace non si comprano case, vacanze o l’ultima generazione di tablet. Filosofia Finmeccanica. E l’indifferenza ricomincia fino all’imbarazzo del prossimo Angelus. Nessun capitano d’industria, onorevole o capataz di provincia, prende in considerazione i discorsi di un Francesco fuori dal mondo.

Anche la Casa Bianca di Bush fingeva di non sentire il Wojtyla impegnato a fermare la catastrofe dell’invasione dell’Iraq. Mandava ambasciatori, scriveva lettere: nessuna risposta. Gli occhi timidi di Benedetto XVI tradivano la rassegnazione di chi si rendeva conto di non essere ascoltato. Mentre Francesco annuncia la pace, comincia il massacro di Aleppo, minoranze trucidate nel SudSudan, Beirut brucia, kamikaze che fanno tremare l’ambizione faraonica delle Olimpiadi invernali di Putin. Le cancellerie sussurrano senza alzare un dito.

Il ministro della Difesa Mauro una proposta la fa: chi è nato in Italia da famiglie scappate all’oppressione attraverso deserti, carrette di mare, arroganze razziste dei lombardo devoti, può diventare cittadino italiano se imbraccia le armi del servizio militare. Magari intruppato nelle missioni di pace che sparano nei paesi abbandonati da genitori profughi con l’illusione di trovare una normale dignità. Dignità trascurata dai programmi di sviluppo: 100 milioni di bambini allungano le mani della carità. Dignità negata alle giovani coppie dal lavoro che non c’è. Figli piccoli respinti dagli asili a prezzo d’oro. Dispersi fra nonni e parenti rimbalzano da una casa all’altra costretti al vagabondaggio da strategie che vuotano le casse dello Stato. Chissà se imparano cosa vuol dire famiglia. Mentre la recessione chiude le fabbriche, i ministri della Difesa (La Russa, ammiraglio Di Paola, adesso Mauro) come ascari delle vecchie colonie si inchinano agli ordini delle economie egemoni: riarmarsi per chissà quale apocalisse.

Stiamo pagando i giocattoli della morte, rate da far invidia al dottor Stranamore. Non solo F-35 con testate nucleari: fregate multimissione, velivoli John Strike Fighter, sommergibili nuova generazione, sistema missilistico aria-terra e navale. Non conteggiato lo sperpero della base militare di Gibuti. Quote 2013: 2 miliardi e 530 milioni e il governo taglia scuole e sanità. Miliardi sventolati in faccia al Papa che abbraccia gli straccioni. Capisco il La Russa delle donne che non gli vogliono più bene per la nostalgia della camicia nera; comprensione per l’ammiraglio-ministro cresciuto nella cultura di chi non vive senza il nemico, ma il Mauro di Cl, incenso e ritiri spirituali, come spiega la disobbedienza al pontefice che si mescola alle tasche vuote? Nel messaggio al meeting Cl di Rimini, Francesco ricordava che “il potere economico, politico, mediatico ha bisogno dell’uomo per perpetuare e gonfiare se stesso… manipolando le masse”.

La speranza deve essere finita se il ministro Comunione e liberazione lascia cadere – parole inutili – il buonsenso che scende dal balcone di San Pietro

il Fatto Quotidiano, 31 Dicembre 2013