Il 2013 è stato un anno importante per quanto riguarda le battaglie per i diritti delle donne e il tentativo di superamento della disparità di genere.

PARLARE DI ‘FEMMINICIDIO’ NON E’ PIU’ TABU’ Si è imposta a livello mediatico la parola “femminicidio”, termine che serve per indicare l’uccisione di una donna per motivi legati alla sua identità di genere (ammazzata in quanto donna), praticamente assente nei motori di ricerca nel 2012, secondo i dati di Google trends, e nelle cronache di giornali, radio e televisioni. Un dato rilevante, considerando che per anni i femminicidi sono stati fatti passare erroneamente per conseguenze di “raptus”, dovuti a ira improvvisa o gelosia incontrollata. Come ha anche sottolineato l’Accademia della Crusca, l’imporsi di questo termine è la manifestazione di un rovesciamento, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi. Questo non significa certo che si sia arrivati ancora a una situazione accettabile. Anzi. Dall’inizio dell’anno allo scorso 25 novembre (ultimi dati disponibili) sono state ammazzate 128 donne da mariti, compagni, figli, familiari, conoscenti. Secondo il Rapporto Eures, tra il 2000 e il 2012 sono state assassinate in Italia 2.220 donne; il che significa, in media, 171 all’anno, una ogni due giorni.

UNA PIOGGIA DI LIBRI E SPETTACOLI SUL TEMA – Tra i casi che hanno scosso maggiormente l’opinione pubblica si ricordano quello di Fabiana Luzzi, la sedicenne accoltellata e bruciata viva dal fidanzato minorenne; quello di Silvia Caramazza, 39enne fatta a pezzi e messa nel freezer dal compagno; di Rosy Bonanno, uccisa davanti al figlio dall’ex compagno denunciato dalla donna per stalking ben 6 volte. I meccanismi e le ragioni alla base della violenza contro le donne sono stati analizzati in diversi libri e spettacoli. Per citarne alcuni: Ferite a morte di Serena Dandini, che dopo aver girato l’Italia e il mondo, è stato ospitato anche all’Onu lo scorso 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne; Questo non è amore, delle autrici del blog la 27esima ora del Corriere.it; L’ho uccisa perché l’amavo. Falso di Loredana Lipperini e Michela Murgia.

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL La risonanza mediatica dei delitti contro le donne e le pressioni dell’associazionismo e dell’attivismo hanno portato la politica alla ricerca di risposte, più o meno azzeccate. Camera e Senato hanno avviato l’iter legislativo per contrastare la violenza sulle donne attraverso la ratifica, lo scorso 19 giugno, della Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di protezione dei diritti della donna contro ogni forma di violenza.

LA LEGGE CONTRO IL FEMMINICIDIO L’11 ottobre scorso, inoltre, è stato approvato il discusso decreto legge “sul femminicidio che prevede varie misure: l’aggravante per la relazione affettiva tra l’aggressore e la vittima di violenza (applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte); la possibilità di inasprire la pena anche nel caso di violenza sessuale contro donne in gravidanza o commessa dal coniuge; arresto obbligatorio in flagranza di reato; introduzione del braccialetto elettronico; lo stanziamento di dieci milioni per il piano antiviolenza; obbligo di informazione per le vittime e il patrocinio gratuito per le donne che hanno subito stalking, maltrattamenti domestici e mutilazioni genitali; querela irrevocabile per stalking in presenza di gravi minacce ripetute, ad esempio con armi. Misura, quest’ultima che ha sollevato numerosissime critiche da parte dell’attivismo femminista che ha bollato la norma come “paternalista”.

IL FEMMINICIDIO COME PRETESTO – Ma il decreto sul femminicidio ha attirato numerose critiche anche per le modalità con cui è stato scritto: soltanto cinque degli undici articoli di cui è composto il testo, infatti, si riferiscono alla violenza sulle donne, mentre i restanti sei esulano del tutto dal tema visto che si introduce il rinnovo dell’arresto in flagranza di reato in differita, in caso di violenza negli stadi e poi sanzioni più rigorose contro gli ingressi abusivi nei cantieri, con riferimenti espliciti alla questione dell’Alta velocità Torino-Lione. Inoltre, secondo molte attiviste, operatrici, sociologhe, psicologhe, avvocate che si occupano di violenza di genere, gli estremi della straordinarietà – che hanno fatto sì che non siano state accolte le richieste di modifica – con cui si è proceduto sono da considerarsi inconsistenti visto che la situazione è grave almeno dal 2006, periodo dei primi dati Istat disponibili. Sempre secondo le esperte del settore non era necessario ricorrere al diritto penale, il più debole intrinsecamente quanto a capacità di incidere sui rapporti di potere e non utile né per la prevenzione né come deterrente.

IL COSTO SOCIO-ECONOMICO DELLA VIOLENZA DI GENERE – I femminicidi sono la punta dell’iceberg di una violenza di genere diffusa, capillare e quotidiana. Secondo l’Istat, in Italia le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito una qualche forma di violenza (fisica, sessuale, psicologica, sul lavoro) sono 6 milioni e 743mila, il 31,9% del totale: una su tre. Una violenza che non condiziona soltanto chi la subisce ma la società in generale, anche da un punto di vista economico, visto che costa allo Stato 2,3 miliardi di euro l’anno, dei quali soltanto 6 milioni per le misure di prevenzione. Se tutte denunciassero i propri aggressori, spetterebbe loro un risarcimento per un totale di 14,3 miliardi di euro all’anno.

ITALIA FANALINO DI CODA NELLE CLASSIFICHE – La violenza è il risultato di diverse cause. Tra queste c’è la disparità di genere. Come ha indicato il Global gender gap report 2013 stilato dal World economic forum, l’Italia è al 71esimo posto per quanto riguarda la parità di genere, addirittura dopo la Cina che si piazza al 69mo posto della classifica. Mentre secondo il rating di quest’anno le disparità tra i sessi sono diminuite discretamente nella maggior parte dei Paesi, l’Italia ha fatto un progresso minimo, passando al 68% nel 2013 rispetto al 67% di 7 anni fa sul 100% del totale che rappresenta il massimo livello di uguaglianza tra gli uomini e le donne.

LE DONNE E IL (POCO) LAVORO – Specchio di questa disparità è il mondo del lavoro. Secondo l’ultimo rapporto Istat, il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1 per cento contro il 58,6 per cento della media Ue27 (59,8 Ue15). Le donne continuano a essere pagate meno rispetto agli uomini: in media la retribuzione oraria femminile è dell’11,5% inferiore a quella maschile. Per opportunità economiche e di carriera femminile, l’Italia è 124esima su 136 Paesi. E’ da vedere con favore il fatto che nei mesi scorsi, come spiega Roberta Carlini sul sito Ingenere.it, ci siano state 300 nomine femminili nelle società pubbliche controllate dal ministero dell’Economia, e altre diecimila in quelle locali sparse in tutta Italia.

LA RIVOLUZIONE COMINCIA DALLA POLITICA – La segregazione di genere è visibile in politica anche se qualcosa sta cambiando. Con l’imporsi del Movimento 5 stelle alle elezioni dello scorso febbraio, infatti, il numero di donne in parlamento ha raggiunto, per la prima volta nella storia, la quota del 30 per cento. Inoltre, nel disegno di legge sulla riforma delle province, approvato lo scorso 21 dicembre alla Camera (manca l’ok del Senato), è stato sancito un emendamento che prevede che nelle giunte comunali nessun genere possa essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento. Vale a dire che saranno illegittime le giunte con meno del 40 per cento di donne. Un passo in avanti importante dato che in oltre 1860 comuni italiani a decidere e amministrare la cosa pubblica ci sono soltanto uomini (dati dal sito In Genere).

GLI INTERVENTI PER IL 2014 – Per continuare a migliorare la condizione delle donne e combattere la violenza, sarebbero auspicabili, per il 2014, nuovi interventi. Tra questi: l’aumento del numero delle case rifugio per donne maltrattate; più fondi ai centri antiviolenza esistenti e aumento del loro numero; più sportelli di ascolto e di denuncia; presidi nelle istituzioni locali; formazione di forze dell’ordine e degli operatori. Inoltre, è necessario un rilancio dell’occupazione femminile, un adeguamento agli standard europei delle garanzie sulla maternità e sui congedi parentali, la riduzione dei costi e l’aumento dei posti degli asili nido. Serve poi un cambio culturale che passi dall’educazione alla parità di genere che deve cominciare già dalle scuole, attraverso la valorizzazione e il potenziamento dei corsi nelle primarie e secondarie e all’università.

LA “QUESTIONE MASCHILE” – C’è bisogno anche di uno spostamento dell’attenzione sulla “questione maschile” che tutta la violenza di genere sottende, in modo da operare sulle radici del fenomeno e interrompere la sua “trasmissione” alle nuove generazioni, come è spiegato nel volume pubblicato recentemente dal titolo Il lato oscuro degli uomini.