La vicenda di Caterina Simonsen, studentessa universitaria di Medicina Veterinaria che ha pubblicamente riconosciuto di dovere la vita a terapie studiate mediante sperimentazione su animali, ed è stata indegnamente attaccata, e addirittura minacciata, sul web da estremisti dei diritti degli animali che evidentemente non considerano degna di difesa la specie  Homo sapiens, riapre una nutrita serie di equivoci sulla medicina. Uno di questi è la cosiddetta medicina personalizzata. L’idea, come recepita generalmente dal pubblico, è che sia possibile individuare per ogni malattia e per ogni malato una terapia unica, tagliata su misura, scavalcando in tal modo ogni sperimentazione su gruppi di pazienti o su animali.

Nella realtà le cose stanno diversamente. A causa della variabilità statistica dei fenomeni biologici, la sperimentazione su gruppi è irrinunciabile: quando si testa una nuova terapia è necessario somministrarla ad un gruppo di pazienti omogeneo per la diagnosi e per altri eventuali fattori “rilevanti”, ma assortito casualmente per tutti i fattori non rilevanti. E’ inoltre necessario un gruppo di controllo, a sua volta omogeneo per la diagnosi e per i fattori rilevanti, ma assortito casualmente per i fattori non rilevanti, che non riceve terapia o che riceve la terapia già comunemente utilizzata. Se il gruppo trattato con la nuova terapia “va meglio” di quello di controllo, la nuova terapia risulta migliore della vecchia (o di nessuna terapia).

Due concetti in questa sommaria esposizione richiedono una precisazione ulteriore: quali fattori siano rilevanti e cosa si intenda per andare meglio. Il secondo concetto è facile da spiegare: il gruppo che va meglio è quello nel quale la media dei risultati è più favorevole: ad esempio va meglio il gruppo che ha la mortalità media più bassa o nel quale la durata media della malattia è minore. Il problema si riduce in pratica a quello della significatività statistica della differenza tra due medie e si risolve con una formula matematica che include tra suoi parametri la numerosità dei due campioni. Questo ovviamente ci dice che la vera personalizzazione o individualizzazione della terapia è impossibile: se la numerosità del gruppo trattato è uno e quella del gruppo di controllo è zero non ha senso parlare di significatività statistica della differenza tra le medie.

La definizione dei fattori rilevanti, rispetto ai quali i gruppi trattato e di controllo devono essere omogenei anziché casuali, è più complessa. Di solito noi non sappiamo quali fattori siano rilevanti, tranne quelli più banali: come l’età o il sesso. Sappiamo però che gli individui differiscono per la loro costituzione genetica e possiamo fare alcune ipotesi sul ruolo di specifiche varianti geniche in alcune malattie. Possiamo quindi costruire gruppi sperimentali e di controllo che condividono non solo la diagnosi e l’età, ma anche alcune varianti geniche e scoprire che, a parità di diagnosi, una certa terapia funziona meglio su individui che presentano certe varianti di certi geni. Se questo fosse il caso, potremmo successivamente scegliere la terapia più adatta per un paziente tenendo conto non soltanto della sua malattia ma anche della sua costituzione genica.

Questo è il massimo che possiamo fare al momento nella direzione della personalizzazione della terapia, ed è ovvio che molto più avanti non si potrà mai andare: come già detto la dimostrazione dell’efficacia di una terapia richiede lo studio di gruppi ampi di pazienti e se la nostra tipizzazione genica diventa troppo raffinata non saremo in grado di costruire gruppi di numerosità sufficiente.

La personalizzazione della terapia è un obiettivo realistico soltanto se inteso come selezione della terapia rispetto non soltanto alla diagnosi ma anche ai parametri genetici riconosciuti come rilevanti; ed è anche ovvio che non prescinde da studi statistici su gruppi di pazienti. Questi studi non possono essere effettuati con sostanze chimiche scelte casualmente: sono raffinamenti ulteriori di terapie già testate su animali e sull’uomo, e non si deve cadere nell’equivoco per cui la terapia personalizzata è unica è pertanto sottratta agli studi statistici sull’uomo e sull’animale.