Finalmente arriva uno stanziamento sufficiente alla sperimentazione di una misura universale di contrasto alla povertà. Tuttavia ancora una volta c’è il rischio che i fondi siano utilizzati in modo frammentario, riservandoli a categorie molto ristrette di beneficiari. Dubbi e incertezze da fugare.

Sia o carta acquisti?

Ottocento milioni per il contrasto alla povertà per il 2014 sono più di quanto sia mai stato stanziato in questo campo, anche se siamo ancora molto lontani dal miliardo e mezzo circa che la commissione di esperti presso il ministero del Lavoro ha stimato come necessario per introdurre un pur parziale reddito minimo per chi si trova in situazione di povertà assoluta (il sostegno di inclusione attiva – Sia). Sarebbero tuttavia sufficienti per una sperimentazione seria, di un anno al massimo, dopo la quale introdurre la misura su scala nazionale come rete di protezione per chi, povero, non ha accesso ad altri ammortizzatori sociali.
Il rischio, tuttavia, è che ciò non avvenga e che le risorse reperite dalla riprogrammazione dei fondi europei approvata dopo Natale seguano la stessa strada dei – pochi – soldi stanziati nella Legge di Stabilità (120 milioni in tre anni) per allargare la sperimentazione della cosiddetta nuova social card, o carta acquisti.

Nel comunicare la decisione in merito alla riprogrammazione dei fondi europei, infatti, Enrico Letta e i ministri Giovannini e Trigilia hanno sì utilizzato l’acronimo Sia per spiegare che parte delle risorse sarebbero andate alla sperimentazione di una misura di contrasto alla povertà. Ma poi hanno fatto riferimento all’allargamento della sperimentazione in corso, appunto, della “nuova” carta acquisti. Questa è destinata a una platea molto ristretta di poveri: famiglie con almeno un minore, con un Isee molto basso (3mila euro), e in cui nessun membro del nucleo familiare svolga attività lavorativa al momento della presentazione della domanda e almeno un componente abbia cessato l’attività lavorativa negli ultimi tre anni oppure, nei sei mesi precedenti la presentazione della domanda, abbia percepito un reddito complessivo inferiore a 4mila euro. Come si vede, si tratta di criteri molto stringenti, che selezionano un gruppo molto limitato di potenziali beneficiari. Non basta infatti essere (molto) poveri e avere almeno un figlio minore. Occorre anche che nessuno in famiglia sia neppure minimamente occupato e allo stesso tempo che almeno un componente abbia perso, o cessato, il lavoro, dimostrandolo con l’esistenza di contributi versati in passato.

Troppa frammentarietà

Quest’ultima condizione è intesa a evitare le domande dei lavoratori in nero, anche se mi sembra rischi piuttosto di escludere sia chi ha accesso solo a lavori in nero poco pagati, sia chi, per motivi famigliari o altro, non è mai riuscito a entrare nel mercato del lavoro. In ogni caso, se criteri così stringenti e riduttivi potevano avere un senso, stante le risorse ridotte allora disponibili, un anno fa allorché è stata varata la sperimentazione della nuova carta acquisti in dodici comuni, per iniziare a superare i limiti di quella tremontiana da 40 euro al mese riservata solo ad anziani ultrasessantacinquenni e bambini sotto i tre anni, lo avevano già meno quando successivamente la sperimentazione è stata allargata, con i fondi europei, a tutti gli ambiti territoriali nelle regioni dell’obiettivo 1. Non hanno senso ora che i fondi sono consistenti e consentono la sperimentazione a tutto campo di una misura di sostegno al reddito dei poveri autenticamente universalistica e non categoriale. Sarebbe quindi opportuno che i fondi stanziati nella Legge di stabilità e quelli europei, più consistenti, venissero destinati non già a rafforzare due misure parziali (vecchia e nuova carta acquisti), ma a mettere a punto il disegno di una misura unica, rivolta a tutti i poveri, invertendo la tendenza tipicamente italiana alla frammentazione degli interventi. Se questa è l’intenzione del Governo e del ministro, lo dicano esplicitamente, fugando ogni dubbio e bloccando ogni più o meno interessata confusione terminologica su un terreno in cui la cultura politica italiana, anche a sinistra, sembra mancare di conoscenze e competenze, oltre che di volontà. A meno che, come spesso avviene in Italia, si dica sperimentazione, ma si intenda provvisorietà più o meno casualmente categoriale.

di Chiara Saraceno
Già professore ordinario di sociologia della famiglia presso la facoltà di scienze politiche di Torino, professore di ricerca al Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino, attualmente è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino. E’ stata presidente della Commissione di indagine sull’esclusione sociale dal 1999 al 2001. Dal 2000 al 2001 ha rappresentato l’Italia nel Social Protection Committee della UE. Si occupa di temi che riguardano la famiglia, i rapporti tra le generazioni, i rapporti e le disuguaglianze di genere, la povertà e sistemi di welfare.