L’adrenalina il bisogno, la velocità il mezzo. E’ lunga, lunghissima la serie di piloti più o meno famosi, dalle moto alla Formula Uno, che non sono mai stati capaci di smettere, una volta finita la carriera o semplicemente nelle pause tra una stagione l’altra. Basti pensare a Valentino Rossi o Kimi Raikkonen, che lontano dalle moto o dalle macchine si sono dedicati al rally, o a tutti quei piloti che dopo il ritiro hanno continuato a correre su altri mezzi, sfidando i propri limiti e quelli della fisica: dai motoscafi al deltaplano, dai kart al paracadute. Ad alcuni è andata bene, ad altri no. Anche Michael Schumacher non è da meno, incapace di stare fermo: già in Ferrari si divertiva a lanciarsi nel vuoto facendo skydiving o a sciare fuori pista, per non parlare della necessità di sentire motori che rombavano tutt’intorno, e così anche una volta ritiratosi la prima volta nel 2006 ha continuato a cercare adrenalina sulle moto, dove ha avuto forse l’incidente più spaventoso in pista.

E’ l’11 febbraio del 2009, e lontano da quasi tre anni dal circus della Formula Uno, mentre si diletta nel superbike si schianta sul circuito di Cartagena, vicino a Murcia. Le lesioni e microfratture alla testa e alle vertebre cervicali gli impediscono di tornare in Ferrari, dove era in procinto di sostituire Felipe Massa, e gli effetti di quel botto tremendo lo costringono poi a posticipare anche il rientro in Formula Uno alla guida della Mercedes. Curioso che il campione che ha corso oltre trecento gran premi di Formula Uno abbia corso il rischio maggiore lontano dai paddock, perché se è vero che in molti, troppi, ex piloti sono stati protagonisti di terribili incidenti una volta appeso il casco al chiodo, per loro il pericolo era un mestiere anche in pista. Per Schumi, paradossalmente, no.

La Formula Uno di Michael Schumacher è quella del dopo. Dello spartiacque seguito alla morte di Ayrton Senna. E’ la Formula Uno della sicurezza, degli pneumatici scanalati, dei roll-bar, delle chicane aggiuntive nei circuiti per rallentare ulteriormente la velocità. Dopo quel tragico Gran Premio di Imola del 1994 nessun pilota perde più la vita in pista, a confronto degli oltre trenta morti dal dopoguerra, ed è un bene e una fortuna, ma finiscono anche i tempi delle sportellate tra piloti, dei sorpassi al fulmicotone. E’ la Formula Uno della sperimentazione, degli ingegneri e dell’aerodinamica. Per molti è la Formula Uno della noia. Lo stesso Schumi quando nel 1999 a Silverstone, in Inghilterra, per un guasto ai freni della sua F399 finisce a sbattere contro le barriere di protezione nel suo incidente più terribile, non si fa praticamente niente: una frattura a tibia e perone, tre mesi lontano dalle corse. 

Michael Schumacher, la sua figura poco espressiva, il linguaggio del corpo quasi robotico, rappresenta alla perfezione la nuova Formula Uno della sicurezza. Ma dietro quei lineamenti duri quella maschera di acciaio così simile alla scocca di una monoposto, la tensione alla velocità, la necessità del pericolo e il bisogno di adrenalina sono gli stessi di sempre, di tutti i piloti che lo hanno preceduto e lo seguono. Schumi è la faccia impassibile di Humphrey Bogart, quando interpreta Sam Spade ne Il Falcone Maltese e alzando il calice spiega che una buona dose di pericolo fa bene alla salute. Per questo, senza modificare di un millimetro la posizione della mascella, come Bogart anche Schumi vola nel cielo in caduta libera e corre sulla terra in macchina, in moto o coi kart. Inseguendo con disciplina la velocità, per raggiungere e superare il livello di guardia oltre il quale il corpo produce adrenalina. Per sentirsi vivi, e in buona salute, a proprio rischio e pericolo.

Twitter: @ellepuntopi

Aggiornato alle 13.47