Forza Italia è un partito fondato sulle bufale. Il 2013 è stato l’anno orribile di Silvio Berlusconi, decaduto da senatore  il 27 novembre dopo aver visto il suo Pdl andare in frantumi e il suo passaporto ritirato dalla Questura di Milano, ma è stato anche l’anno della rinascita del partito con il quale scese in campo. Un ritorno al passato accompagnato da una completa rilettura della storia, propinata dal Cavaliere in comizi e interventi davanti ai suoi fedelissimi (guarda il videoblob). Si parte con la mitizzazione della “grande rivoluzione liberale” del 1994 (quando, per intenderci, il partito creato da Marcello Dell’Utri candidò al ministero della giustizia Cesare Previti, che poi si accontentò alla Difesa per l’opposizione del presidente Scalfaro). E poi, di passo in passo, ogni fallimento di Berlusconi è riletto in chiave di complotto, “colpo di Stato”, congiura di forze ostili o tradimento di amici fidati.

IL COMPLOTTO DELLE TOGHE ROSSE. “Se il popolo non è riuscito a darsi la democrazia, perché non ha mandato la sinistra al potere, è compito della magistratura far sì che la sinistra possa tornare al potere per dare al popolo una vera democrazia. Queste non sono parole mie, documenti di Magistratura democratica, che persino l’Unità nel 1978 accusò di aver imbracciato le idee estremiste delle Brigate Rosse”. Lo ha sostenuto Berlusconi nel comizio improvvisato a Roma il 27 novembre mentre il Senato votava la sua decadenza in seguito alla condanna definitiva per frode fiscale. E’ vero che in quegli anni una frangia di Md (soprattutto romana) si riconosceva in gruppi extraparlamentari, ma oggi è difficile trovare qualcuno che conservi memoria di una attacco così duro del quotidiano del Pci alla corrente di sinistra dei giudici. Ma a sgonfiare la teoria del complotto delle toghe rosse bastano i fatti. Nella densa storia giudiziaria del Cavaliere sono intervenuti magistrati di ogni colore, come documentato da un’inchiesta di ilfattoquotidiano.it. Limitandosi al processo Mediaset, quello che a Berlusconi è costato la decadenza e una pena residua di un anno da scontare ai domiciliari o ai servizi sociali, il procuratore generale che ha chiesto la sua condanna in Cassazione è Antonello Mura, già presidente di Magistratura indipendente, la corrente conservatrice opposta a Md. E la condanna è stata sancita da Antonio Esposito, diventato presidente di Cassazione con il voto contrario delle “toghe rosse”. E’ vero però che Berlusconi è stato oggetto di tanti processi. Talmente tanti che non sa più neppure lui quanti sono: 41, ha detto ai giovani di Forza Italia il 23 novembre; 57, ha detto il giorno dopo in un’intervista al Tg5. Wikipedia ne elenca 31. 

 LA SENTENZA MEDIASET? “GRIDA VENDETTA DAVANTI A DIO”. ”La sentenza sui diritti Tv grida vendetta davanti a dio e agli uomini”, si è indignato Berlusconi nel comizio anti-decadenza del 27 novembre. ”E’ basata solo su teoremi e congetture e su nessun fatto o documento o testimone”. La condanna per frode fiscale nell’acquisto di diritti cimenatografici attraverso un circuito di società estere è stata confermata in tutti e tre i gradi di giudizio e chiunque può leggere le motivazioni dei giudici di Cassazione che, come i loro predecessori di primo e secondo grado, hanno concluso che l’ex presidente del Consiglio fosse l'”ideatore del sistema illecito”. Ma certo non sono apparse risolutive le “nuove carte americane” lanciate con grande enfasi dal diretto interessato e illustrate dagli avvocati Ghedini e Coppi il 26 novembre. Non solo l’annunciata testimone della svolta si è sgonfiata alle prime verifiche, ma dopo le roboanti dichiarazioni di Berlusconi sulla richiesta di revisione del processo – un procedimento eccezionale che per legge si può ottenere soltanto se emergono nuove prove determinanti – è stato lo stesso avvocato Coppi a smorzare gli ardori: “Non sappiamo neppure se presenteremo l’istanza, stiamo valutando”. La “vendetta davanti a Dio” è più facile da gridare che da ottenere. 

DECADENZA, LA LEGGE ILLEGALE. C’era una volta il caso Fiorito, dal nome del capogruppo Pdl in Regione Lazio poi condannato per aver utilizzato per sfizi privati oltre un milione di euro stanziati dallo Stato al gruppo consiliare del partito berlusconiano. Uno scandalo clamoroso, e sull’onda dello sdegno i partiti corrono al riparo, a partire dal Pdl: urgono dunque “liste pulite“. Il 6 dicembre il consiglio dei ministri delle larghe intese presieduto da Mario Monti approva il decreto Severino sull’incandidabilità dei politici condannati in via definitiva per determinati reati. Il 19 dicembre 2012, dopo il Senato anche la Camera dà all’unanimità parere favorevole. I cittadini percepiscono un messaggio chiaro: la legge serve a tenere i condannati fuori dalla politica. E a tenerli fuori da subito, com’è logico, non certo a partire da ipotetici reati futuri che arriverebbero a condanna definitiva dal 2020 in poi. E se qualcuno avesse dubbi, ecco il chiarimento del segretario Pdl Angelino Alfano, davanti alle telecamere (guarda):  “Non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere il decreto sull’incandidabilità perché nasce da una nostra proposta che aveva come prima firma quella del sottoscritto. E non vi è alcun nesso con il nostro presidente (Berlusconi, ndr) che è colui il quale ha voluto questo disegno di legge e che ha la certezza di essere assolto”. Per Alfano non c’è alcun dubbio: ”Il problema dell’incandidabilità riguarda i condannati passati in giudicato e non il nostro presidente, perché Berlusconi sarà assolto”. E’ lo stesso Alfano che nove mesi dopo guiderà la battaglia del Pdl contro la legge Severino, diventa all’improvviso, dopo la condanna del Caro Leader, “incostituzionale“, ingiustamente “retroattiva“, perché l’incandidabilità scatta anche per le condanne relative a reati commessi prima della sua entrata in vigore. Nel frattempo, senza che nessuno fiati sono caduti sotto la sua scure ben 37 politici locali. Per i quali, evidentemente, la Costituzione non vale. 

QUEL GOLPISTA DI MONTI. “Fui costretto a dare le dimissioni e si installò un governo completamente oscuro agli elettori: se questo non è un colpo di stato ditemi come si può chiamare”. Così, alla presentazione dei Club Forza Silvio l’8 dicembre, mentre il Pd teneva le sue primarie, Berlusconi catechizzava gli aspiranti adepti ai club sulla caduta del suo ultimo governo e sulla nascita del governo Monti, nel novembre 2011. Tanti hanno sollevato il tema dell’esuberanza istituzionale del presidente Napolitano, che dell’operazione Monti fu il sapiente regista, ma nella narrazione berlusconiana mancano sempre dei pezzi. Per esempio il fatto che nel pieno della peggiore crisi economica del Dopoguerra l’alleanza di governo Pdl-Lega era paralizzata davanti alle richieste dell’Europa e incapace di proporre vie d’uscita alternative, con Bossi che scriveva i suoi aut aut “sul marmo”. Con lo spread che s’impennava, il presidente della Repubblica giocò la carta dei tecnici di Monti. E Berlusconi, che ora si dipinge come un novello Salvador Allende? All’epoca sembra non accorgersi di nulla. “Mi sono dimesso per senso di responsabilità e per difendere l’Italia dalla speculazione”, incide nel suo videomessaggio del 13 novembre. “Siamo pronti a dare il nostro sostegno al governo tecnico”. L’8 novembre, vedendo che la situazione precipitava, aveva affermato al Tg5: “Il governo non ha più quella maggioranza che noi credevamo di avere. E quindi, con realismo, dobbiamo prendere atto di questa situazione e preoccuparci della situazione italiana e di ciò che sta accadendo sui mercati”. Colpo di Stato o colpo di sonno?

LA SINISTRA E I BROGLI ELETTORALI. Storicamente, alle elezioni Berlusconi va alla grande dopo essere stato all’opposizione e si affloscia dopo essere stato al governo. Ma nella storia spiegata ai forzisti mica si può raccontarla così. Quindi spesso il Cavaliere evoca brogli, di cui i “signori della sinistra” sono noti “specialisti”. “L’abilità nei brogli di una certa parte politica ci ha sottratto circa un milione e 600 mila voti”, è l’ultima versione, distillata anche alla presentazione dei Club Forza Silvio. Nel mirino finiscono di frequente le politiche del 2006, perse da Berlusconi per una manciata di schede. Durante le operazioni di voto, però, il ministero dell’Interno era in mano al forzista Giuseppe Pisanu. Che, alla lunga, si è scocciato di essere presentato come un imbelle o peggio. Così, l’8 gennaio di quest’anno Pisanu ha vergato una nota: ”Non è la prima volta che il presidente Berlusconi fornisce versioni fantasiose della notte elettorale del 2006 approfittando, tra l’altro, della mia riservatezza e della mia pazienza. Ora basta”. Non solo fu tutto regolare, assicura l’allora titolare del Viminale, ma “nessuno delle migliaia di scrutatori e rappresentanti di lista berlusconiani sollevò un solo reclamo od obiezione in tutta Italia”. E, soprattutto, nessuna obiezione è mai arrivata da Berlusconi di fronte alla perentoria nota di Pisanu.

ALITALIA, DOVE OSANO LE BUFALE. Da uomo “del fare”, il leder di Forza Italia ama infarcire di cifre i propri interventi. Solo che spesso le spara a casaccio, confidando nella distrazione (o assuefazione) dei cronisti e nella credulità della piazza. Piccolo ma significativo esempio quello relativo ad Alitalia, altra storia che Berlusconi si trova a riscrivere costretto a riscrivere, dati gli esiti del suo “salvataggio” datato 2008. “Se Ryanair fa 61 milioni di passeggeri con 6mila persone che lavorano, non capisco come fa Alitalia con 21 milioni di passeggeri trasportati ad avere 64mila collaboratori”, ha spiegato alla manifestazione dei Club Forza Silvio. “Quindi non è stata colpa dell’imprenditore Berlusconi se Alitalia è nelle condizioni in cui è”, ha concluso. Al di là delle ragioni del disastro economico dell’ex compagnia di bandiera, le cose stanno così: Alitalia ha 14mila dipendenti e non 64mila (Berlusconi ha dovuto poi rettificare); nel 2012 ha trasportato, secondo i dati ufficiali dell’azienda, oltre 24 milioni di passeggeri (ci è andato vicino); Ryanair ha 9mila dipendenti e non 6mila; nel 2012 ha trasportato 79  milioni di passeggeri e non 61 milioni. Bentornata Forza Italia, e buon 2014.