C’è un modo facile, benché non festoso, di fare un bilancio finale di questo anno politico italiano. È l’anno delle fratture multiple. Ma è una storia che non comincia dalla fine, dunque un breve riassunto del prima non è fuori luogo. La spaccatura è stata, fin dall’inizio, il segno, il progetto e l’effetto di tutto ciò che ha avuto a che fare con Berlusconi.

Per prima cosa ha spaccato in due il Paese, che aveva più o meno l’andatura non gloriosa, ma vivibile degli altri Paesi europei in cui la contrapposizione politica non era guerra finale, e ha inventato i comunisti. Per rendere plausibile questa misteriosa evocazione dell’inesistente, ha fatto in modo che “comunisti” fossero dichiarati, d’ufficio, tutti coloro che hanno detto no al suo progetto di arricchimento personale detto Forza Italia, e ha finanziato generosamente tutti coloro che ci dovevano credere, in Italia e all’estero. In questo modo ha creato (come non era mai accaduto nella Guerra fredda, ma solo durante il fascismo) liste di proscrizione che hanno separato autori da editori, giornalisti da editori e dalla televisione (incluse le partecipazioni per invito ai vari programmi). E prontamente ha inventato i dossier delle false notizie.

Una buona parte di ciascun partito che era o avrebbe dovuto essere di opposizione, si è spaventata e ciò ha provocato la peggiore (e la più utile, per l’interessato) delle fratture: un reticolato di spaccature interne che tutti pretendono di non vedere, ma sono solchi profondi che, per esempio, paralizzano tutta l’area chiamata sinistra, e ne spingono un pezzo contro l’altro.

Un’altra idea efficace è stata sia la spaccatura di ogni relazione decente fra sindacati e imprese, sia (molto più abile) la spaccatura tra sindacati, in modo da separare i prescelti, con cui firmare patti (ricordate il “patto per l’Italia”?) e accordi apparentemente convenienti per chi si arrende, e i reietti da non lasciare entrare in fabbrica.

Intanto, il lavoro procedeva in due modi: spaccare la memoria (svilire la Resistenza, a cura di collaborazionisti già noti come personalità di sinistra) e spaccare la Costituzione, attraverso un continuo e progressivo tentativo di eliminare le parti di garanzia per tutti i cittadini, da sostituire con protezioni speciali solo per alcuni. Intanto veniva posta molta cura a un’altra spaccatura, quella del cosiddetto federalismo. Si è attuata favorendo, a costi alti ma con buoni risultati, l’espandersi di un losco gruppo di nemici della Repubblica, un piccolo partito secessionista xenofobo e razzista detto “Lega Nord”, regalandogli voti, poteri e posti (fino al ministro dell’Interno) che non avrebbero mai avuto, e permettendogli di aggredire punti vitali dell’unità del Paese e di inquinare, dove possibile, anche le istituzioni.

A questo punto, e dopo avere incattivito all’estremo la vita pubblica attraverso la coltivazione di un’ininterrotta violenza verbale fondata sul disprezzo, la spaccatura si è spostata sulle istituzioni, ed è diventata la lotta violenta contro la magistratura. Tale lotta era, certo, motivata dalle disavventure giudiziarie di Berlusconi, ma lo scopo era più grande: spaccare i poteri sui cui si fonda la democrazia e distruggerne uno, quello giudiziario, in modo da governare definitivamente un Paese amputato.

Una lettura sbagliata di questa lunga ed efficace strategia della spaccatura come modo di esercitare il potere (detta anche strategia di Putin) ha portato a credere che si poteva salvare il vaso frantumato incollando tutti i pezzi e rifacendo un unico oggetto come prima della grande spaccatura.

Dov’era l’errore? Era che bisognava far convivere tutti gli italiani con chi aveva tentato, a momenti con successo, di privarli della Costituzione, di essere governati da un partito secessionista, con qualcuno che aveva lottato contro uno dei poteri della democrazia (negandola) e contro la memoria dei valori comuni, su cui Costituzione e Repubblica si fondano.

Questo nuovo tipo di saldatura di pezzi incompatibili della storia repubblicana ha prodotto un’altra spaccatura, fra chi ha obbedito e chi ha detto no alla nuova alleanza. Ma la nuova alleanza ha prodotto la frantumazione del partito di Berlusconi (adesso spaccato in vari frammenti), il vagabondaggio degli ex leader della destra post fascista (con Gasparri stranamente incriminato proprio adesso con l’accusa di avere messo le mani nei fondi del Pdl, allora partito comune), la scomparsa della Lega e la friabilità (una specie di osteoporosi politica) di quasi ogni altra formazione politica.

Resta, apparentemente integro e relativamente compatto, il Pd, ma ciò si deve, al momento, al nuovo dinamico segretario, che tuttavia ha fatto scomparire parti intere di questo gruppo politico senza che ancora se ne possano misurare le conseguenze. Alla fine di questo strano anno, ci troviamo con una grande alleanza innaturale e fallita (le “larghe intese”), il governo in mano a un’alleanza più piccola fra parti che dovrebbero, per natura, restare incompatibili, e ciascuna parte della tenace saldatura vive sotto minaccia e ricatto di parti o frammenti esterni, di schegge interne e di una nuova e non secondaria formazione politica, i Cinque Stelle, che sono nati nell’enorme spazio libero lasciato dalla strana alleanza e che, però, vogliono tenersi fuori da tutto, lasciando a loro volta spazio ai Forconi.

Fiammate di rivolta, anch’essa frantumata in parti diverse, segnano l’ultima parte della stagione. Come si vede, tutto è possibile, salvo che uscirne con dignità.

Il Fatto Quotidiano, 29 Dicembre 2013