“Quanto è bella luce elettrica, che si fugge tuttavia. Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è certezza”. Questo, più o meno, ha scritto ieri Mauro Corona su Repubblica e Corriere della Sera. Lo ha fatto pensando a Cortina e al blackout che ha oscurato per alcune ore una delle mete preferite dei vip. A pensarci bene, ma anche a pensarci poco, la soluzione era a portata di mano: Paola Ferrari, presente nella cittadina. Il volto Rai si è afflitto su Twitter per la situazione: “Cortina da 6 ore senza elettricità quindi luce riscaldamento ecc! Per una nevicata! Italia addio” (punteggiatura originale). Le autorità di Cortina potevano chiedere aiuto direttamente alla Ferrari: con tutte le luci profuse anche solo per una puntata della Domenica Sportiva su RaiUno, sarebbe verosimilmente possibile irradiare non solo Cortina, ma financo tutto il nord-est italiano.

Mauro Corona ha agito diversamente: lui ha benedetto la calamità, in grado di mondare i peccati del mondo. Tanto su Repubblica quanto sul Corriere (viva l’originalità): “Spenta la televisione e le mille tecnologie che creano solo stress, torneranno i racconti, le storie, le memorie a riempire le serate riscaldate dalla stufa e illuminate solo dalla luce di una candela. Dostoevskij non aveva bisogno di altro per creare pagine indimenticabili. Sono sicuro: anche i turisti sopravviveranno in questa montagna al buio e senza riscaldamento. Per qualche villeggiante a Cortina sarà semplicemente una vacanza diversa, ma spero che per molti sarà qualcosa di più grande e di veramente più profondo”.

Secondo Corona, divenuto noto grazie a qualche buon libro e alcune interviste da Daria Bignardi, il blackout potrebbe assurgere a una sorta di rinascita culturale: “Ecco, forse questa notte buia e al freddo sarà finalmente l’occasione per creare le isole di salvamento, per prepararci a quello che mio nonno chiamava il ‘non si sa mai’. Siamo presuntuosi e superficiali, i più giovani non sanno neppure accendere un fuoco, nessuno viaggia più in auto con una pila e un sacco a pelo rischiando se viene travolto da una tempesta di neve di non tornare a casa”.

Mentre Corona sognava voluttuosamente le “isole di salvamento”, e una gioventù in grado di riaccendere un fuoco o anche solo una pila, sorgeva – leggendolo – un dubbio: sì, d’accordo, ma l’autarchico Corona, con la sua bandana e il suo passatismo d’essai, come li ha spediti i due pezzi (similari) a Repubblica e Corriere? Utilizzando – come ogni plebeo – corrente elettrica e wi-fi, o invece appoggiandosi unicamente alle traiettorie unplugged dei piccioni viaggiatori? Rimpiangere il bel tempo che fu, che in realtà non era forse poi così bello, è una cosa che esalta molti salotti radical chic. Garantisce l’applauso. Poi però uno si ferma un attimo, riflette e pensa: davvero il blackout cortinese può rimandare a magnifiche sorti e progressive? Cosa c’era di così indiscutibilmente magnifico nell’oscurità? Quale nuovo umanesimo sarebbe in grado di generare un nuovo pauperismo elettrico? Secondo Corona, Cortina ha avuto la fortuna involontaria di vivere scampoli di rinascita disattesa.

Può essere. Oppure a Cortina si è vissuto un assaggio di quello che capita in The Road di Cormac McCarthy, libro e film, quando è proprio una calamità in qualche modo analoga (su ampia scala) a consegnare l’umanità a una tabula rasa di miseria e apocalisse. O magari basta scomodare la serie tivù Revolution, ideata da J. J. Abrams, stesso autore di Alias e Lost. Chissà se Corona l’ha mai vista qualche puntata.

Signori della guerra, malattie tremende, bestialità allo stato brado, morte ovunque: davvero una nuova rinascita. E in effetti, come non rimpiangere quei bei tempi in cui, senza elettricità, la gente poteva crepare serenamente per un raffreddore qualsiasi; uomini e donne morivano (se andava bene) a 50 anni; e le persone, a prescindere dai ceti sociali, potevano vivere l’ebbrezza sfavillante di un pitale rovesciato in testa dal balcone del terzo piano perché così era usanza nelle “isole di salvamento”. Il passatismo, nella letteratura o al cinema, funziona sempre. Ed è difficile, in effetti, immaginare un presente più sfigato di questo. Quando però si indulge al rimpianto, occorre non abusare: è d’uopo fare distinguo e non sfociare nel ridicolo. Avere nostalgia del vinile è un conto. Sognare un nuovo buio per riscoprire la luce, partendo da un episodio marginale di cronaca, è un po’ come sperare che un asteroide ti cada in testa per farti passare l’emicrania.

Il Fatto Quotidiano, 28 dicembre 2013