A volte ritornano. E il fantasma di Maria Angiolillo è sceso a impregnare le pagine dell’ultima fatica lettararia del tautologico Bruno VespaSale, zucchero e caffè“. Lo spirito del salotto più influente di Roma, mescolato all’inchiostro vespiano. E quello che è stato l’oggetto di un sottile gioco mediatico, che ha tenuto banco per anni, ritorna alla ribalta. In una città rimasta orfana di quella che era considerata la “quarta Camera“, dove si facevano e si disfacevano alleanze strategiche davanti a un piatto di ricotta al miele. Chi è la talpa, l’astuto suggeritore che informava Dagospia su giorno e ora degli astuti “attovagliamenti” a casa della Angiolillo?

Indicazioni che consentivano a Umberto Pizzi di immortalare il passaggio dei potenti e degli aspirantiquando si aprivano i cancelli della villa sul cocuzzolo di Trinità dei Monti, era  Si sono fatte illazioni e supposizioni, sono state stilate liste di papabili informatori. Mentre Casa Angiolillo diventava il santuario più venerato dei Palazzi ufficiali.

Il salotto della vedova di Renato, il fondatore de Il Tempo, visse solo una stagione buia durante la commisione d’inchiesta sulla P2. Erano gli inizi degli anni ’80. Poi, di nuovo in auge con la scalata al potere di Silvio Berlusconi, Cesare Previti e company. Poi politici e alti prelati, da Giulio Andreotti a Massimo D’Alema, da Gianni Agnelli al cardinale Agostino Casaroli, da Gianfranco Fini a Francesco Rutelli. E poi Bruno Vespa, Fabrizio Del Noce, l’economista Vincenzo Visco, Cesare Salvi, Pierluigi Bersani, Giulio Tremonti. E, di grazia veniva il turno anche di Gianni Letta, Walter Veltroni, Cesare Romiti e Umberto Bossi. Eppure tra questi nomi altisonanti si nascondeva un “traditore“.

Madame era decisa a scoprire chi fosse la ‘talpa’ del suo blindatissimo salotto. Allora, ispirandosi ai ‘Dieci piccoli indiani‘ di Agatha Christie cominciò a togliere ad uno ad uno gli invitati, ad eccezione, dei due ‘dioscuri’ Gianni Letta e Bruno Vespa, tra i più sospettati. “Nonostante questo espediente, non riuscì mai a scoprire chi mi spifferava tutto, perché – ricorda Pizzi – gli infiltrati erano tre. Le talpe erano, a turno, Francesco Caltagirone, Carlo Rossella e Giuseppe Consolo“. Scagionato del tutto Mario d’Urso, altro indiziato principe. I fedelissimi della signora sono stati i suoi stessi delatori?. Sorride Pizzi, che nell’anno che verrà festeggia 50 anni di onorata carriera: “Macchè, lei era la vera burattinaia”.

Strettamente confidenziale da Napoli. Buon Santo Stefano a Geppi, Sasà e Patrizia, il loro atelier di bellezza si affaccia su una voragine di bruttura in piazzetta Santa Maria degli Angeli. Un buco al posto di un bel giardino con panchine e pini marittimi secolari. Una voragine scavata anni fa per fare un collegamento alla stazione del metrò. Un centro commerciale, un tunnel di negozi al posto di uno spazio verde. Ma non bastava rimodernare l’ascensore del Ponte di Chiaia, aggiungere magari una scala mobile o un tapis roulant? “Ma nooooooo, poi nessuno ci avrebbe mangiato con appalti, incarichi, ritardi, rinvii, ecc..”, è rosso di vergogna e di rabbia Geppi Viglietti.

Faccio due passi, cerco una passamaneria. La posso trovare solo da Aldanese. Una chicca, l’antica merceria stava lì da oltre mezzo secolo. Vende bottoni, merletti, trine e ricami di pregiata manifattura. Trovo la sarracinesca sbarrata. Per decreto comunale, i solai del delizioso palazetto neoclassico sono pericolanti. Chiude un altro pezzetto della storia di Napoli. E de Magistris sta a guardare. Buon panettone, sindaco. Attenzione all’indigestione. twitter @piromallo