Per parlare di questo audiolibro di poesia per musica, di questo singolare e travolgente turbine di parole e suoni che si chiama Amaro ammore, di Canio Loguercio e Rocco De Rosa (d’if, 2012), sarà meglio partire di lato.

Intanto perché il disco non è che la metonimia del libro – e così il libro del disco – e poi perché entrambi non sono che la metonimia di decine e decine di performance fatte dovunque, nei teatri, nelle piazze, nelle case, innumerevoli “concertini al sangue di canzoni d’amore sussurrate”, come li ha intitolati Canio. Poi perché Amaro ammore si presenta circondato dalle parole di tre paratesti che meriterebbero di per sé la dignità di un assolo, per la loro bellezza anche strettamente letteraria e che esauriscono con sapienza tutto quanto di fondamentale ci sarebbe da dire.  Infine, perché sta di lato anche l’io che sussurra roco i testi e i sentimenti, anche l’afonia cavalcantiana che sta in equilibrio sui suoni squillanti di un pianoforte sempre ‘lucido’, raziocinante, a volte addirittura tagliente.

È di lato al dolore, all’abbandono, allo scoramento e alla ferocia che sono lo scotto di ogni amore, sentimento dei sentimenti, azzardo pericoloso, schiavitù travestita da libertà, cibo per il corpo e astinenza per l’anima, nutrito d’anima e affamato di corpi.

Ed anche poiché Amaro ammore non sta da solo, è solo una parte di un tutto, il punto di una relazione che si è sviluppata in anni di ricerca e lavoro, ma che ora vuole, pretende di essere guardata nel suo essere un tutto, il simplesso dell’arte, fatta di parole e suoni, di Canio e Rocco.

Come fossero scoglio e mare. Pesce e rete. Uva spina, come suggerirebbe Canio.

Riappropriarsi dei sentimenti, fare sin della ragione una ‘maniera’ del sentimento, cioè del sentire, ma non per neutralizzarla con cucchiaiate di miele a buon mercato, piuttosto per donarle quel corpo che, infine, la ragione non ha, fatta com’è di segni muti, e tornare a praticarla come pensiero, che è sempre corpo, anche se tace. E ciò vale anche per l’io che si innamora e che, leopardianamente è ‘corpo’, solo corpo, tutto corpo, corpo del cuore e cuore del corpo, materia pensante dolorante ed entusiasta, materia appassionata, ché le passioni sono cose di questo mondo e di questo corpo, sono carne e sangue, magari appena sussurrate, ma sempre grondanti.

A ricordarci che l’amore (e la poesia d’amore, dunque) non è luogo dell’io, quanto della crudele coscienza di quanto l’io sia inadeguato, parziale, inutile, ingombrante, come l’unico modo d’essere ‘io’ sia, infine, uccidere l’io. E così l’amore, la canzone, la poesia d’amore non sono che la narrazione di questo doloroso ed efferato assassinio, da cui nasce qualcosa che prima non c’era, in un mescolarsi tra dolce e amaro, tra gioia e dolore intensissimo, tra entusiasmo e scoramento.

Le passioni sono questo. Rinunciare a sé, andare altrove, fino a quell’altro che poi è sempre diverso, non solo da noi, ma da come noi lo avevamo immaginato, sempre lontano, irraggiungibile, segno di una mancanza che ci segnala come l’unica pienezza sia farsi vuoti dall’io. 

Non so se sia qualcosa che può ancora chiamarsi lirica, certo con il petrarchismo e con certe effusioni neo-romantiche non ha proprio nulla a che fare. Perché appassionarsi, infine, significa uscire da sé, essere posseduti, goderne e piangerne. E farne parte agli altri, per suscitare pathos e riceverne ’compassione’, quell’unica virtù non usuraja dell’Ortis.

Non a caso la voce che sussurra oggi d’amore, ieri, con lo stesso attrito roco fatto di ‘stecchi con tosco’, intonava un Miserere che sembrava quasi una scheggia d’epica proiettata per sorte ironica fino a noi.

Né era possibile immaginare che fosse altro che il napoletano la lingua in cui giocare la scommessa di una sentimentalità tanto lontana dalla lirica: quale altra lingua, se non quella di Bovio e Viviani (non a caso a Passione, di Bovio, Loguercio aveva dedicato un’indimenticabile cover con Servilo e Maria Pia De Vito), che la lirica l’ha sempre soffocata con l’eccesso, fin primitivo, delle passioni?  Ma quella del lucano Loguercio non è “lingua madre”, quanto piuttosto “lingua amante”: una lingua scelta, eletta, amata, posseduta, ma anche vista da fuori, studiata, limata, rifiutata, sbeffeggiata, raffinata, distillata ed infine ricreata.

E non solo, si badi, nelle parole sussurrate da Canio, né nello splendido cammeo di Maria Pia De Vito, ma fin nei ‘solo’ strutturatissimi di De Rosa, che parlano per conto loro, una lingua ‘amante’ altrettanto chiara e trascinante che quella delle voci ‘cantatrici’. Ed è, da questo punto di vista, da considerarsi in napoletano anche il testo preso a prestito da Frasca, pur se apparentemente scritto in ‘lingua nazionale’.

E se qualcuno mi chiedesse se è poesia questa, senza esitazione risponderei sì e se avete dubbi provate a leggere i testi, come ho fatto io, prima e dopo aver ascoltato il disco, e poi ditemi se non è quella delle parole, intonata dalla sintassi scabra di Canio, dai suoi toni fatti di registri acrobaticamente mescolati, dalla sua metrica sempre all’erta, la musica che sentite attorno a voi, come se Rocco non leggesse dallo spartito, ma dal testo, direttamente dal testo. 

E se qualcun altro mi chiedesse se esiste spoken music in Italia, Amaro ammore sarebbe la risposta giusta. Quella che non ammette repliche, ma solo seguiti e che ci ricorda come l’unico modo di rispettare veramente una tradizione sia tradirla, cioè, insieme, trasmetterla e mutarla.