Quello che leggete vuol essere sostanzialmente un post di auguri: buone feste a tutti, e felice anno nuovo!

Certo: le festività possono essere anche occasione per tirare le somme dell’anno trascorso, senza dimenticare l’aspetto economico e fiscale…purtroppo non si tratta, in questo caso, di un bilancio particolarmente allegro: il 2013 è stato un anno di tasse e statalismo (così come anche quelli precedenti, per la verità).

Il bilancio, tra l’altro, in questo momento non è nemmeno facile da chiudere, dato che alcune sorpresine in ambito fiscale sono state posizionate sotto il nostro albero di Natale proprio in questi ultimi giorni, grazie alla cosiddetta “legge di stabilità”: almeno 2,1 miliardi di euro di tasse in più in un unico “pacco-regalo”, tra nuove accise sui carburanti, altre detrazioni cancellate (per esempio quella IMU), ulteriori aumenti delle aliquote TASI, il ritorno dell’IRPEF fondiaria. Per non parlare, poi, dell’aumento dell’imposta di bollo sulle comunicazioni inviate dalle banche sui depositi, della rimodulazione (ovviamente verso l’alto) della ritenuta sui redditi di capitale, del previsto aumento dell’imposta di bollo proporzionale sul valore delle somme depositate.

Uno dei nuovi balzelli natalizi tutti da scartare, a cui sono particolarmente sensibile perché va a colpire pesantemente il mio ambito professionale, è la famigerata “Google-tax” di Francesco Boccia. Io e Boccia ci siamo confrontati durante una trasmissione televisiva, qualche tempo fa, proprio sul tema dell’economia digitale. Quando gli ho detto che lo Stato italiano, per attrarre investimenti di multinazionali come Google, dovrebbe abbassare la pressione fiscale e ridurre la regolamentazione almeno fino ai livelli dell’Irlanda, mi ha risposto con un’espressione enigmatica: “bisogna piuttosto cambiare l’intelaiatura fiscale”. Occorre sempre diffidare dai politicanti quando usano espressioni di questo tipo: abbiamo visto, per esempio, che in questo caso Boccia intendeva riferirsi a un colpo di grazia su quel poco di economia digitale sopravvissuto all’inferno fiscale italiano, perpetrato con un obbligo assurdo, dal sapore autarchico e da più parti ritenuto illegittimo (i dettagli li ha già raccontati molto bene il blogger Guido Scorza). La portata di questo colpo di grazia sull’IT italiano è stata fortunatamente un po’ ridotta con le ultime varianti discusse in Senato, ma molti miei colleghi stanno trascorrendo le vacanze di Natale a cercare di capire se saranno in grado di continuare a lavorare “in regola” a partire dal primo gennaio: sarebbe una situazione comica se non fosse veramente drammatica.

Anche quest’anno, insomma, Babbo Statale è entrato di notte nelle nostre case, passando per il camino. A differenza del più simpatico e quasi omonimo dispensatore di doni, non è venuto a portarci nulla, ma a prelevare ciò che ci appartiene, per ingrassare ancora un po’ il suo corpo già notevolmente sovrappeso. Ovviamente era provvisto di una “lista di buoni e cattivi”: anche in questo particolare Babbo Statale si comporta all’opposto del suo quasi omonimo natalizio, dal momento che il suo scopo è prelevare ricchezza dai bimbi buoni (coloro che hanno lavorato, risparmiato, investito, creato ricchezza e posti di lavoro) per regalarla ai bimbi monelli (coloro che hanno sprecato, scialacquato, mangiato tutto quello che c’era da mangiare).

Nonostante tutto, come sempre e senza perderci d’animo, continuiamo a sperare in un 2014 nettamente migliore (per augurare il quale, i Tea Party italiani vi propongono anche il simpatico calendario con le foto delle attiviste, senza alcun timore delle scomuniche di Laura Boldrini e del senonoraquandismo imperante).

In questa parte dell’anno, del resto, si celebra una Speranza che va oltre la politica e oltre l’economia. Per molti si tratta di una Certezza anche più profonda delle due cose da Benjamin Franklin ritenute sicure per definizione: la morte e, ovviamente, le tasse.