Erano gli anni Novanta, Mani pulite e la crisi economica avevano inceppato alcuni oliati ingranaggi di scambio che ingrassavano la politica. Fu allora che, costruito praticamente dal nulla, il business dell’azzardo di Stato è diventato in breve la terza industria italiana. Cominciò il centrosinistra con la doppia giocata di lotto e superenalotto, sale scommesse e sale bingo, poi nel nuovo millennio, con l’avvento del centrodestra, la valanga divenne inarrestabile: slot machine, terza giocata del lotto, nuovi punti gioco per le scommesse e big match, e poi ancora tornei d’azzardo online, gratta e vinci, videolottery, bingo a distanza, sale gioco per tornei di poker dal vivo, supernalotto.

Come a dire: sia fatta la lobby, e lobby fu. Somiglia al gioco delle tre carte l’attività di questa industria che non produce valore, ma smercia illusioni. Ha rastrellato quasi 80 miliardi di euro solo nel 2011, il 5 per cento del Pil, 61 miliardi ridistribuiti tra i giocatori, 8,7 incamerati dallo Stato, 9,7 intascati da concessionari e gestori, ben 2,1 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Denari in parte reinvestiti in martellanti campagne promozionali – così anche stampa e televisioni, incassata la loro quota di spazi pubblicitari, avranno un occhio di riguardo –  accompagnate dall’ipocrita formula “gioca con moderazione”. Ma gli italiani oppressi dalla crisi non giocano con moderazione. Ogni adulto maggiorenne scommette in media oltre 1500 euro l’anno, il 13,5 per cento del suo reddito. Principali beneficiarie sono le dieci sorelle del gioco d’azzardo, le concessionarie di fatto esattrici di uno Stato disattento e indulgente, tanto che la legge italiana non vieta loro di avere sedi estere anche in paradisi fiscali, incroci societari offshore, schermi che si frappongono a chi cerca di identificarne i titolari. In qualche caso, vedi la Atlantis/BPlus di Francesco Corallo, i loro titolari hanno parentele ingombranti causa contiguità mafiose e qualche guaio con la giustizia – poca cosa, un’imputazione con mandato di cattura per associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita e alla corruzione privata.

Se invece la Corte dei conti si azzarda a comminare alle dieci sorelle una multa di 2,5 miliardi per essersi “dimenticati” per anni di connettere le loro slot machine alla rete dei Monopoli, non è difficile trovare qualche anima buona  che si prende a cuore la loro causa, specie nel governo Letta. Ed ecco fiorire un provvidenziale condono a prezzi di saldo: appena il 25 per cento della multa – o solo il 20 se il pagamento è immediato – e amici come prima. Uno sconto di circa due miliardi. Ma l’importante, per l’appunto, è avere gli amici e le relazioni giuste nei palazzi che contano: deputati, ex-ministri e sottosegretari di tutte le sponde politiche, da Laboccetta a Scotti a Fantozzi – ma anche “figli di”, spuntano come funghi quando si tratta – per l’appunto –  di fungere da presidenti o rappresentanti legali delle concessionarie del gioco d’azzardo. E da queste ultime affluiscono alla politica un bel po’ di finanziamenti in chiaro, con destinatari tracciabili, agli odierni partecipanti al governo delle piccole-grandi intese, vale a dire al Partito unico degli affari che lo sostiene. Lo stesso Enrico Letta – pare a sua insaputa – ha beneficiato nel 2004 di un’elargizione di 15mila euro dal titolare dell’Hbg, Antonio Porsia, mentre in seguito i soldi di Lottomatica e Sisal sono affluiti più di recente alla fondazione VeDrò, di cui Letta fa parte assieme a sette ministri del suo governo.

E se quelle visibili fossero solo le briciole? Sembra infatti che in Italia alcuni portatori di interessi privati abbiano imparato bene la lezione di Tangentopoli. Troppo pericoloso comprare le decisioni. Molto più sicuro comprarsi i decisori, meglio se in nero, in modo da tenerli sotto scacco, permanentemente ricattabili. Questa la versione dei fatti fornita da un assistente parlamentare, confidente anonimo de Le Iene: “Vi sono alcuni senatori, alcuni onorevoli che sono a libro paga di alcune multinazionali, le così dette lobbies. (…) Ogni mese per mezzo di un loro rappresentante fanno il giro dei palazzi, sia al Senato che alla Camera, incontrano noi assistenti e ci consegnano dei soldi da dare ai rispettivi senatori o onorevoli per far sì che quando ci sono degli emendamenti da votare in commissione o in aula i senatori e gli onorevoli li votino a favore della categoria che paga. Per quel che mi riguarda conosco due multinazionali ed entrambe elargiscono una mille euro e l’altra duemila euro ogni mese (…), una è del settore dei tabacchi e un’altra nel settore dei videogiochi e delle slot machine. (…) Ci sono tantissimi senatori e tantissimi onorevoli che percepiscono questo denaro”.

Continuiamo a non sapere quali siano le ragioni di questa ostinata convergenza parlamentare bipartisan nell’elargire favori ai concessionari di giochi, slot, e videolottery assortite. Non ci sono prove, non fanno testo le interviste anonime. Sappiamo però che le sale Bingo e gli altri santuari del gioco d’azzardo, con le loro luci iridescenti e incantatrici, sono il monumento a uno dei più dolorosi fallimenti della politica italiana, in special modo di quella che orgogliosamente si proclamava di sinistra.