“Visto da vicino nessuno è normale”, diceva Franco Basaglia. Il problema è fino a che distanza tieni botta, ho sempre aggiunto io. Ed il problema sembra farsi più pressante per molti alle soglie del bianco Natal, che tanto gentile e tanto onesto pare, ma che per alcuni evoca scenari minacciosi quanto una guerra nucleare.
 
Il trailer del Natale immaginario ritrae una famiglia numerosa raccolta davanti ad una tavola imbandita, una coppia affiatata che guarda i bambini felici scartare regali davanti ad un enorme albero decorato ed un corollario di adulti che ridono affiatati e si scambiano pensieri; il tutto con l’aggiunta dell’effetto cromatico poivre et sel dei nonni a capotavola. 
Così in un attimo, causa effetto allucinogeno da paranoia, per ciascuno il film natalizio di tutti gli altri diviene immediatamente questo; ed ecco che  il Natale diventa automaticamente la prova del nove del proprio grado di normalità e d’integrazione sociale.
 
Per quanto lo si neghi, per quanto ci si sia emancipati dalla convenzionalità di questi  cliché piccolo-borghesi, per quanto si ostenti cinismo e refrattarietà ad aderire al modello dominante, lo spettro dell’alienità aleggia incombente tra le lucine intermittenti che troneggiano ormai da ottobre nelle città come un monito fosforescente.
Dunque, per scongiurare il rischio di una Cernobyl identitaria ognuno si attrezza come può. La compulsività consumistica costituisce uno dei rimedi dominanti: il tentativo di riempire qualsiasi spiffero emotivo con il silicone del consumo è il motore che ci muove come trottole impazzite da un negozio all’altro e che ci spinge a tollerare file chilometriche in un delirante traffico cittadino. Partecipiamo al rito collettivo del consumo, ognuno secondo le proprie possibilità, nel terrore di essere in qualche modo esclusi da quello della normalità affettiva.

Dunque, nonostante la crisi morda con violenza, l’Istat ci dice che l‘85,8% dei consumatori continua anche quest’anno a fare i regali considerandoli una spesa necessaria, un rito irrinunciabile. D’altro canto si tratta di un sedativo che ci si somministra reciprocamente e del quale non si può fare a meno, pena il rischio di sentirsi ancor meno ‘normali’. Certo è paradossale pensare che, in un’epoca sofferente, balzana, che trabocca contraddizioni da ogni lato, in cui trovare un proprio posto è ormai un’impresa titanica, l’inconscio possa ancora anelare a quell’astratto concetto che chiamiamo ‘normalità e che in realtà  di fondo non è mai esistito.

 
Chissà, forse se l’Arcangelo Gabriele dovesse venire nuovamente a dirci due parole, ci direbbe di non affannarci tanto, perché tanto…da vicino nessuno è normale.