Roberto Balzani a Forlì non si ricandida come sindaco per il mandato 2014-2019 e manda nel caos il suo partito in Emilia Romagna. Dopo mesi di stallo e aria pesante, l’annuncio del renziano forlivese è arrivato lunedì 23 dicembre non esattamente come un fulmine a ciel sereno. Balzani, storico e saggista che a sorpresa vinse le primarie locali nel 2009 contro una bella fetta del vecchio establishment, ha informato la città tramite “un commiato” nel quale affonda definitivamente il colpo contro il governatore Vasco Errani, considerato da mesi l’emblema della conservazione e del paternalismo “dolce” ma questa volta anche qualcosa di più. Agli ambienti del potere governati da Errani, infatti, Balzani affianca in un qualche modo, non direttamente, pure le azioni di un presunto ‘corvo’ che l’ha denunciato in procura a Forlì (con le stesse accuse di un precedente esposto durante la campagna elettorale del 2009) nell’ambito della tormentata partita della costituenda Ausl unica di Romagna. Da parte sua, Errani replica dicendosi stupito e amareggiato, ma rilancia: “Mi auguro che Balzani ci ripensi. Il sindaco sa come la penso, perché gliel’ho detto personalmente già qualche mese fa, in questa scelta sono determinanti i cittadini di Forlì. In tal caso avrà da me un sostegno serio e coerente”.

Sta di fatto che l’ex preside di Conservazione dei beni culturali a Ravenna, unico sindaco capoluogo dell’Emilia Romagna inserito da Matteo Renzi nella nuova direzione nazionale del Pd, per sua stessa ammissione non abbandonerà la politica, anzi: al momento il diretto interessato esclude solo la corsa alla segreteria regionale del partito- ventilata da pochi in realtà- sempre più vacante dopo la promozione di Stefano Bonaccini a responsabile Enti locali di Renzi. Quella che Balzani lascia aperta è la porta delle elezioni europee, o magari della stessa presidenza della Regione.

Il risultato per ora è uno: se gli staff renziani ad ogni livello, e l’Università di Bologna, da oggi possono contare a tempo pieno su un esperto in più, il Pd regionale a Forlì finisce letteralmente nel caos. Nonostante i segnali più o meno chiari degli ultimi mesi, infatti, nemmeno una settimana fa l’assembla comunale aveva deliberato un odg con cui chiedeva a gran voce una ricandidatura di Balzani, al quale viene criticato già di non aver finito il lavoro in Comune. Certo, il sindaco è stato davvero riservato nelle sua strategia (“L’ho detto solo a mia moglie”, confessa), ma magari bisognava mettere le mani avanti. Invece un piano B per il Pd locale non esiste, come dimostra il quadro a dir poco sconfortante di candidati disponibili (le primarie erano previste solo in caso di candidato alternativo a Balzani): il deputato Marco Di Maio vuol stare a Roma, la capogruppo in Comune Veronica Zanetti ha già rifiutato la segreteria del partito poi aggiudicata alla new entry Valentina Ancarani, l’ex presidente della Fondazione Carisp di Forlì Piergiuseppe Dolcini (73 anni) potrebbe candidarsi solo in caso di larghe intese e comunque sembra più nel ‘giro’ del centrodestra.

In realtà, al momento tutta la scena se la guadagna il “commiato” dell’attuale sindaco: “In un mondo chiuso come questo- recita un passaggio dell’intervento di Balzani diffuso dal Comune- un uomo come me non ha futuro. Può solo essere abbattuto, una volta o l’altra. Magari per caso. E siccome io non voglio che schegge degenerate fuori controllo dell’entourage di Vasco Errani mi pugnalino alla schiena durante la campagna elettorale. Siccome ho già vissuto una campagna elettorale avendo contro una parte del mio partito nel 2009. E siccome, intendo, da libero cittadino e da professore universitario, riprendere in altre forme la battaglia per la riforma radicale dell’amministrazione e della politica, ho deciso di dare questo segno”.

Se, assicura il sindaco forlivese, “non c’entrano Renzi, Bersani, Cuperlo”, tra le motivazioni che elenca Balzani spicca la vicenda forlivese del ‘corvo’, l’ignoto autore dell’esposto in procura contro il sindaco nell’ambito degli incontri sull’Ausl unica di Romagna e del futuro ruolo (come direttore amministrativo) dell’attuale direttore generale dell’Ausl di Forlì Giulietta Capocasa. Balzani ricostruisce l’episodio così: “Una strana lettera anonima, proprio a ridosso di questi incontri, sostiene che vi sia un legame d’interesse fra me e l’avvocato Capocasa, dg dell’Ausl di Forlì, collegato a presunti vantaggi avuti da una casa di cura cittadina, di cui sono socio di estrema minoranza per ragione ereditarie (la clinica in questione è Villa Serena di cui il padre del sindaco, Guido Balzani, era stato uno dei fondatori lasciando al figlio una piccola quota in eredità, ndr). In cambio di questi vantaggi, ci sarebbe l’appoggio offerto da me all’avv. Capocasa nell’attuale situazione”.

Per Balzani si tratta di “un siluro al sottoscritto, ovviamente” ma, sostiene il sindaco-professore, “è chiaro che non si tratta di un mitomane. E’ chiaro che ci sono addetti ai lavori che si esercitano in queste prose brillanti. Ma a chi giova?, dico io. L’avvocato Capocasa è stata una dirigente coscienziosa e attenta a bloccare affari e speculazioni poco chiari. E’ possibile- osserva allora Balzani- che soggetti i quali vedono nell’Ausl un’occasione per riprendere percorsi simili o analoghi siano fortemente ostili al sottoscritto”.

Non solo: “E’ possibile- e qui arriva al cuore del problema il sindaco- che ci siano pezzi del potere regionale, magari in accordo con gruppi di pressione o di affari, in grado di muoversi come schegge impazzite al di fuori del controllo del presidente della Regione o dei suoi assessori. In fondo, sanità e rifiuti sono i grandi business dipendenti da soldi pubblici”. Se tutto questo è davvero possibile, “se è possibile che ti mandino una lettera anonima per bloccare persone sgradite, perché Vasco Errani, nel caso dell’Ausl unica (e non è che un esempio), non ha scelto la via più difficile ma più trasparente del progetto, della discussione davanti a tutti, della condivisione pubblica? Se il tarlo della degenerazione morale alligna nelle nostre amministrazioni, perché chiudere i processi nell’apparente riservatezza dei conclavi? Perché non aprirli, piuttosto?”.

Con quello che definisce “il monolite regionale”, insomma, Balzani ha avuto il suo calvario: “Ho potuto constatare che, mediamente, gli emiliani sono nettamente più pragmatici e capaci dei romagnoli (e questa non è una novità), ma che la Regione nel suo complesso non era all’altezza delle mie (forse eccessive) aspettative”.