L’Articolo 9 della Costituzione Italiana sancisce un principio fondamentale: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione

Questo principio viene messo in atto in Italia dove il nostro Patrimonio artistico è tra i più ricchi e ammirati del mondo (Tab. 1 e Tab. 2), con la più alta concentrazione di musei, monumenti ed aree archeologiche, e di conseguenza con un fabbisogno maggiore di investimento per la loro conservazione, gestione e valorizzazione?

Scorrendo la Tab. 3 potremmo sentirci rassicurati, valutando che la nostra Spesa pubblica rispetto al Pil è in linea con quella dei principali Paesi europei.

Andando però più a fondo alla questione ci accorgiamo che, invece, (Tab. 4) così non è. Prima di tutto perché, tramutando i valori percentuali in assoluti, la spesa italiana è più bassa di quella tedesca o francese, che può contare su un Prodotto interno lordo più elevato del nostro, in secondo luogo perché – facendo riferimento non al Pil, ma alle spese sostenute dallo Stato – la quota destinata alla cultura (1,1%) risulta più bassa sia della media Ue a 27 (2,2%), sia di quella dei principali Paesi della Comunità europea, che oscillano tra un minimo dell’1,8% (Germania) e un massimo del 3,3% (Spagna), segnale ulteriore di una più scarsa considerazione verso un bene così prezioso come la cultura presente in Italia rispetto agli altri Paesi.

A fronte di questa più alta concentrazione di Patrimonio culturale siamo, inoltre, (Tab. 5) il Paese che investe di meno, generando di conseguenza il Pil specifico del settore molto più basso rispetto a quello di Gran Bretagna, Francia e Germania, che pure contano un numero di musei, monumenti, aree archeologiche, siti di gran lunga inferiore al nostro.

Oltretutto l’investimento è sceso nel corso degli anni (Tab. 6) e tale tendenza non sembra arrestarsi. Forse sfugge a chi ci amministra, una visione più lungimirante che guardi a chi ha praticato mosse a volte apparentemente azzardate ma di grande ritorno?

Facciamo riferimento alle note salienti dell’articolo comparso su ”il Fatto Quotidiano” l’8/10/13, dove si avvalora la tesi che gli introiti che non arrivano direttamente dai musei (non tutti sanno che i ricavi derivanti dalle biglietterie e servizi, rappresentano appena il 10% del fabbisogno finanziario connesso alla gestione del Patrimonio) possono invece provenire dall’industria culturale, creativa e dall’indotto a essa connesso. E’ il caso, infatti, della città di Bilbao dove la costruzione del Guggenheim Museum in nove anni ha portato ricavi diretti ed indiretti pari a diciotto volte il denaro investito inizialmente. In effetti, in Italia di musei ne abbiamo tanti e di eccellenza, anche nel contemporaneo, ma mancano gli investimenti per la loro gestione a regime.

Il nostro attuale Presidente del Consiglio Letta, nel mese di Luglio scorso, ci ha voluto rassicurare con un Tweet “Quelli sulla cultura sono tagli precedenti, invertiremo la rotta”, ma il punto è se c’è la volontà di posizionare il tema tra le priorità anche in presenza di scarse risorse.

Attualmente non sembra emergere nei fatti questo approccio, considerando i tagli che sono stati fatti alla scuola e alla cultura, quando invece sappiamo che all’estero, in particolare l’approccio anglosassone, mostra una maggiore attenzione alla formazione culturale ed artistica soprattutto nei giovani.

Un popolo di artisti il nostro? Sì forse ma poco valorizzati.

Così sembra anche pensarla Gabriella Belli indiscussa personalità del campo dell’Arte, la quale sostiene che il museo oggi si deve limitare, a causa delle scarse risorse, a fare attività espositive, mentre il suo ruolo sarebbe anche quello di sostenere la ricerca contemporanea, particolarmente per quanto concerne i giovani artisti. Considerando anche che sempre più Gallerie stanno chiudendo, si intravede un futuro incerto dell’arte stessa.

Nonostante questo dato scoraggiante e nonostante la crisi economica che investe tutti, notiamo che in controtendenza (Tab. 7) gli introiti derivanti dal settore, hanno continuato progressivamente a crescere.

Come abbiamo detto prima però gli introiti diretti rappresentano appena il 10% del fabbisogno finanziario connesso alla gestione del Patrimonio. Il restante fabbisogno attualmente proviene da finanziamenti pubblici per l’80% e per il 10% da privati e fondazioni bancarie (Fonte: Dati Indagine Intesa-San Paolo 2011).

Cosa si potrebbe fare pertanto per incrementare le entrate?

Può essere di esempio la Germania, un Paese che certamente non si caratterizza per la concentrazione di Patrimonio artistico, ma che, nonostante questo dato negativo, ha saputo reinventarsi e puntare sull’arte ed il design contemporaneo divenendone oggi uno dei centri più vivaci e all’avanguardia.

Il segreto dunque sembra essere nella individuazione di un’eccellenza, nel saperla incarnare, comunicare e nell’offrire dei servizi atti a sostenerne l’efficacia.

Altro capitolo da rivalutare in quanto a sostegno, è quello dei contributi privati.

Pensiamo al caso della Biennale di Venezia con il ”Padiglione Italia” che, grazie all’idea del curatore Bartolomeo Pietromarchi, ha potuto raccogliere una somma consistente attraverso il “Crowdfunding (processo collaborativo di un gruppo di persone) per la prima volta applicato in Italia ad un evento Artistico istituzionale.

Un esempio eccellente di “Crowdfunding” è stata precedentemente la campagna che si chiamava “Tous Mecenes” del Louvre. Il progetto prevedeva di raccogliere un milione di euro attraverso le donazioni delle web community per acquistare il capolavoro rinascimentale “Le tre grazie” di Cranach da un collezionista privato.

I privati rappresentano sempre più una risorsa anche per alcuni musei che, in cambio di servizi e formule speciali, applicano modalità di tesseramento fidelizzante riuscendo così a raccogliere sostegno economico.

Sicuramente la ricetta giusta non è semplice da trovare, ma forse potrebbe prendere spunto dai tempi in cui le corti rinascimentali italiane si contendevano gli artisti, abbellivano i palazzi e le città e l’arte, prima che la potenza militare o economica, era il loro modo di presentarsi e di essere conosciuti nel mondo.

Alla redazione del presente Articolo ha collaborato Giorgia Rissone.