Non sappiamo, né probabilmente sapremo mai chi e cosa ufficialmente si nasconda dietro il micidiale uno-due dei potentati del gioco d’azzardo di Stato: prima la Legge di stabilità che raschia altri 145 milioni di euro dal fondo del barile rinnovando concessioni ai soliti noti e attribuendone di nuove per 7000 videolottery; poi nel decreto salva-Roma l’introduzione di soppiatto dell’emendamento porcataMatteo Renzi dixit – che bastona gli enti locali che stanno cercando di porre argini allo strapotere dei Signori delle slot machine. Nonostante la tardiva e penosa retromarcia per gli scrupoli di coscienza del neo-leader Pd, la vicenda permette di aprire uno squarcio illuminante sulla politica italiana nell’era delle piccole-grandi intese.

Citando Pier Paolo Pasolini nella sua denuncia dei “golpe” istituzionali e delle stragi fasciste, si potrebbe dire che in realtà sappiamo tutto, ma non abbiamo le prove. E’ necessario perciò mettere assieme con ostinazione “pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico”, per “ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

C’era una volta la tombola. Era un gioco vero, praticato con sapiente lentezza nelle case del popolo – basti pensare alla scena immortalata da Benigni in Berlinguer ti voglio bene – nelle sale parrocchiali, nei centri per anziani. Ma un giorno venne il primo governo guidato dal post-comunista D’Alema, e furono gli anni ruggenti di “Palazzo Chigi unica merchant bank dove non si parla inglese”, come ebbe a dire con sottile perfidia Guidi Rossi. Grandi opportunità si aprirono ai giovani di talento per mettere a profitto la loro vocazione imprenditoriale.

Scordiamoci però le figure innovatrici, artefici dei processi di distruzione creatrice, raffigurate dall’economista Schumpeter. In Italia è soprattutto all’ombra di concessioni e favori, sotto la densa, impenetrabile cortina protettrice della politica che si costruiscono grandi fortune imprenditoriali. E chi meglio di un assistente parlamentare poteva cogliere e capitalizzare le occasioni? Così ne racconta la storia un anonimo delatore televisivo a Le Iene: “C’è un ragazzo, ex assistente di un ministro italiano, che essendo andato in Spagna e avendo visionato questo gioco ha ritenuto opportuno importarlo in Italia, e grazie alle sue conoscenze in quanto ex assistente del ministro Treu (…) hanno coinvolto due ministri, i ministri hanno fatto quello che dovevano fare perché servivano delle leggi ad hoc, quindi una volta fatte le leggi ad hoc è entrato il Bingo in Italia. Questi politici sono riusciti a creare due cordate (…) e in ognuna di queste due cordate hanno inserito uomini politici di centro, di destra, di sinistra. Qua c’è stato un lucro che non ne hai la più pallida idea”. Sembra quasi l’atto costitutivo di un nuovo partito, il Partito unico degli affari.

Così la tombola morì, e sulle sue ceneri sorsero le sale Bingo. Una disumanizzante catena di montaggio per l’estrazione chirurgica di denaro, soprattutto a danno dei più deboli e disarmati culturalmente, illusi dal miraggio di qualche vincita occasionale. Neppure implorato da Nanni Moretti nel film Aprile D’Alema era riuscito a dire “una cosa di sinistra, anche non di sinistra, di civiltà” nel dibattito televisivo con Berlusconi. Ma di sicuro la maggioranza che sosteneva il suo esecutivo è riuscita – naturalmente con il beneplacito della destra, che di lì a poco l’avrebbe surclassata legalizzando l’azzardo di stato di slot machine e videolottery – a spalancare un varco per l’applicazione su scala sempre più ampia di un meccanismo di tassazione ferocemente regressiva, che grava quindi in misura più onerosa sui ceti inferiori.

Una ricerca ha stimato che in Italia il 3 per cento del reddito delle famiglie più povere è speso tentando la fortuna con il lotto, gratta e vinci e totocalcio, contro l’uno per cento appena di quelle benestanti. In altre parole, per fare un po’ di cassa – e autorizzando le concessionarie delle variegate piattaforme di gioco a ingrassare i loro bilanci miliardari – lo Stato ha esasperato le disuguaglianze sociali; ha favorito lo sprofondare di molte famiglie al di sotto della soglia di povertà, accentuando gli effetti della crisi; ha alimentato la disperazione nelle situazioni di dipendenza patologica, scaricando sugli enti locali le ricadute drammatiche delle ludopatie; ha trasmesso un devastante messaggio culturale, l’idea che le speranze di riscatto economico e sociale risiedono nella casualità di una botta di fortuna,  piuttosto che nel lavoro e nell’impegno individuale e collettivo.

Un risultato che non è certo di sinistra, ma neppure di civiltà.