Rosetta Loy è una scrittrice che può essere definita “della memoria”, nel senso che rimanda a Marcel Proust, ma non solo. Nei suoi romanzi, infatti, sono sempre presenti i ricordi personali e familiari, le gioie e i dolori dell’infanzia, dell’adolescenza e dei trascorsi della propria vita che però si intrecciano e si sovrappongono a quelli di un passato storico collettivo, ben più ampio e complesso. La memoria, dunque, come assunzione di responsabilità: quella personale che si intreccia con quella collettiva e diventa perciò sociale, morale, etica. Tutto ciò si trova nei suoi romanzi come “La bicicletta“, “La porta dell’acqua”, “L’estate di Letuche”, “All’insaputa della notte” e “Strade di polvere”. Notevole inoltre il suo impegno per tenere sempre vivo e acceso il ricordo dell’olocausto con il libro “La parola ebreo“, romanzo incentrato sul tema delle leggi razziali in Italia, e successivamente con “La cioccolata da Hanselmann”.

Nel suo ultimo libro, “Gli anni fra cane e lupo”, racconta la storia d’Italia dal 1969 al 1994. Perché bisogna conoscere quegli anni per capire il nostro presente?
Perché la strage di Piazza Fontana a Milano nel 1969 segna l’inizio di un clamoroso attacco allo Stato con i depistaggi che ne sono conseguiti. Nel libro sono poi stata costretta a tornare indietro fino al 1962, cioè alla morte di Mattei, il presidente dell’Eni. Lo schianto del suo aereo in volo venne immediatamente catalogato come incidente e invece incidente non fu. Ci vorranno trent’anni perché venga riconosciuto come attentato ad opera della mafia, probabilmente su commissione delle compagnie petrolifere, le cosiddette Sette Sorelle. Dopo trent’anni sarà impossibile stabilire chi inserì quel cacciavite tra i freni al momento del decollo dell’aereo dalla Sicilia. Ecco, sono convinta che per cercare di capire cosa succede oggi bisogna conoscere quello che è successo prima, altrimenti si ha una visione piatta, senza riferimenti, nebulosa. Conoscere la storia alle nostre spalle serve a capire il presente, molto spesso invece uno si accanisce su ciò che sta accadendo in quel momento e non va mai a cercare bene le ragioni.

Il berlusconismo, quindi, ha la sua origine in quegli anni tragici segnati dai tentativi di golpe, dalle stragi fasciste, dal terrorismo rosso, dalla mafia?
Il berlusconismo è la conseguenza di quegli anni. Berlusconi compare a un certo punto come lo strumento perfetto per il cambiamento. Non dobbiamo dimenticare che all’inizio pensa di essere più abile della mafia, in qualche modo si ribella e immediatamente gli vengono incendiati i suoi magazzini e lui è persino costretto, per la sicurezza, a mandare i suoi figli in Svizzera. Essendo molto furbo e molto intelligente capisce che è meglio cavalcare la tigre e da quel momento compare Dell’Utri ad Arcore e diventa il suo grande mediatore.

Il suo è un libro sulla memoria, tema a lei caro. Gli italiani sembra non ne abbiano. È forse una caratteristica legata a quell’altro brutto vizio di non assumersi mai la responsabilità?
La memoria è il nostro patrimonio, un patrimonio collettivo. Gli italiani la amano poco, sempre rivolti al loro interesse particolare, forse anche a ragione della nostra storia che ci ha visto per secoli arroccati nei Comuni. Caratteristiche degli italiani sono l’individualismo e la canonizzazione della furbizia come virtù suprema. Forse questa morale è nata nei secoli, cioè dalla necessità di sopravvivere di un paese frammentato com’è stata l’Italia. Dalla necessità di barcamenarsi da ogni tipo di conquistatore che scendeva lungo la penisola. Gli italiani hanno però anche grandi qualità.

Qual è il male peggiore del nostro paese?
La corruzione. Non ho dubbi.

La politica ha perso credibilità a causa di un ceto politico che, nonostante gli scandali, non ha saputo rinnovarsi. Ma dei mali del Paese sono responsabili solo i politici?
La politica qualche volta ha tentato di cambiare ma con scarsissimi successi. Dei mali del Paese credo che siamo responsabili tutti noi. L’Italia non è una dittatura, bene o male è una democrazia e quindi le responsabilità sono nostre, anche mia, perché avremmo dovuto impregnarci per cambiare. Se fossimo vissuti in una dittatura saremmo stati completamente schiacciati invece nella nostra democrazia avremmo potuto cambiare impegnandoci. Certo che la nostra è una storia sciagurata: prima vent’anni di fascismo, poi una guerra persa che ci ha consegnato mani e piedi ai vincitori, e siamo l’unico paese dell’Europa che ha avuto lo stesso partito per oltre quarant’anni. Un’anomalia, quest’ultima, che avrebbe dovuto metterci in allarme.

Un giudizio sul mondo della cultura?
Non mi ritengo molto adatta a formulare un giudizio sulla cultura perché ne faccio parte per cui sono condizionata. Non so, quindi, quanto possa essere obbiettiva. Credo però di poter dire che il secolo che si è concluso e che abbiamo alle spalle ci ha lasciato grandissimi intellettuali che, per quanto mi riguarda, sono stati molto importanti per farmi capire il mondo, la meraviglia dell’invenzione letteraria e della scrittura. Penso a Calvino, alla Morante, Fenoglio, Sciascia, a Natalia Ginzburg. Abbiamo avuto grandi intellettuali alle spalle, oggi decisamente meno e qui mi fermo.

Come giudica l’informazione italiana?
Sull’informazione ho un giudizio positivo. Trovo che ci sia una buona informazione spesso anche molto coraggiosa. Certo questa informazione dobbiamo cercarla. Se una persona ha un vero interesse la cerca e la trova, è che spesso manca il vero interesse. Oggi se sei interessato hai la possibilità di trovare una buona informazione molto più di una volta perché è più immediata.

Le ultime riforme della scuola (Berlinguer prima, la Gelmini poi) come le giudica?
Pessime riforme tutte e due. Hanno smantellato un sistema che funzionava abbastanza. Un sistema preso da Gentile, che sarà stato un filosofo compromesso con il fascismo ma non era certo uno sprovveduto. Aveva capito l’importanza della scuola per la formazione dell’individuo.

Dal dibattito sul fine vita dopo il caso di Eluana Englaro ai matrimoni gay. Lei pensa vi sia un debito di laicità? Quali responsabilità addebita al Vaticano?
Noi sicuramente abbiamo un debito di laicità. Abbiamo avuto nel nostro Paese uno stato Vaticano che ha contato sempre tantissimo. A un certo punto, quando c’è stata l’Unità d’Italia, il Paese si è smarcato da questo potere ecclesiastico ma con il fascismo e con i Patti Lateranensi del ’29 si è tornati indietro e la Chiesta è tornata a rivestire il suo ruolo privilegiato. Poi quarant’anni di potere democristiano non hanno favorito la laicità dello Stato. Però non credo si possa imputare la responsabilità al Vaticano. La responsabilità è nostra. Il Vaticano fa il suo mestiere sono i politici che si sottomettono.

Il suo è un libro di storia che serve ai giovani. Quale futuro vede per i nostri giovani?
Io sono ottimista. Mi sembra ci sia una nuova generazione che si rende conto di cosa l’aspetta e mi sembra più pronta e determinata a reagire, molto più di quella precedente perché è più cosciente. Mi capita spesso di avere contatti con i giovani e li trovo sempre attenti. Quelli della generazione precedente, quella degli anni ’80, sembrava andassero alla conquista del mondo senza sapere niente. Quest’ultima è stata una generazione frustrata da quella del ’68, che mi sembrava meravigliosa ma anche lì sono nate le Brigate Rosse.

C’è una cosa a cui tiene in modo particolare? Un messaggio?
Ci sono tre cose fondamentali: la prima è avere la curiosità di conoscere, ciò ti porta a sapere e di conseguenza a capire. Tre cose che sono inscindibili: per capire devi sapere e una volta che sai forse dovresti agire ma questa è la cosa più difficile.