Il Marmaray, l’avveniristico tunnel ferroviario appena inaugurato, che passa sotto le acque del Bosforo per collegare le sponde di Istanbul, potrebbe esser stato indebolito dalle costruzioni sorte nei dintorni. È una delle accuse più pesanti a cui dovranno rispondere gli alti funzionari pubblici dell’ente preposto alla concessione dei permessi edilizi e i costruttori arrestati dalla polizia nell’ambito della maxi operazione per cui sono finiti in carcere anche i figli dei 3 ministri più potenti del governo Erdogan: Muammer Guler, Interni; Erdogan Bayraktar, Ambiente e Urbanistica; Zafer Caglayan, Economia.

“Un’operazione sporca, come quella di Gezi, organizzata da forze oscure ed elementi stranieri, finalizzata a far cadere il governo”, ha commentato il premier subito dopo la rimozione dei quadri della polizia, 32 finora, tra i quali il capo delle forze dell’ordine di Istanbul, Huseyin Capkin, per abuso d’ufficio. Si tratta, guarda caso, di coloro che hanno indagato sul sistema di corruzione che ha portato alla maxi retata di questi giorni. Conseguenza che mostra, ancora una volta, il limite da non varcare. Se si manganellano e arrestano i manifestanti che protestano pacificamente non è un abuso di potere, ma non appena si toccano politici e uomini d’affari dell’entourage del premier, si resta fulminati.

Come la nota giornalista Nazli Ilicak. Il quotidiano per cui lavorava, Sabah, di orientamento conservatore e islamico – e di proprietà della società amministrata dal genero di Erdogan – l’ha cacciata poche ore dopo il dibattito tv durante il quale aveva sostenuto che i 3 ministri avrebbero dovuto dimettersi. Si tratta dell’ennesimo giornalista licenziato dalla sollevazione popolare di quest’estate contro la distruzione del parco di Gezi per far posto a un centro commerciale. Da luglio hanno perso il posto circa 70, tra editorialisti e cronisti di carta stampata e tv. Più o meno il numero degli arrestati per corruzione e uso a fini privati di beni pubblici (quest’anno sono finiti in carcere in Turchia più giornalisti che in Cina, secondo il rapporto di Reporters sans Frontières pubblicato mercoledì).

Per l’opposizione, che chiede le dimissioni di Erdogan e afferma che il blitz ha portato alla luce solo la “punta dell’iceberg”, si tratta dello “scandalo più grande nella storia della repubblica”. Nove delle 52 persone arrestate sono state rimesse in libertà provvisoria. Ma rimangono in carcere i protagonisti più importanti in particolare Baris Guler, Salih Kagan Caglayan e Oguz Bayraktar, cioè i figli dei ministri; il sindaco del distretto di Fatih, a Istanbul, Mustafa Demir, membro del partito di Erdogan (Akp); gli imprenditori e costruttori Ali Agaoglu e Ruiza Sarraf; il direttore generale della banca pubblica Halkbank Suleyman Aslan nella cui abitazione son stati trovati 4, 5 milioni di dollari nascosti in scatole di scarpe.

Il Fatto Quotidiano, 20 dicembre 2013