Beit Hanina, quartiere arabo a Gerusalemme est, circondato dalle colonie di Pisgat Ze’ev e Neve Yaakov, a nord della città vecchia.

Quando si arriva a Gerusalemme è difficile orientarsi e capire in quale zona della città si è, o meglio, da quale parte della città la si osserva. E non è certo solo una questione di geografia fisica, qui si confondono geografia umana, religiosa, politica.

Un aspetto però lo si coglie immediatamente, quasi lo si respira: qui non ci sono sfumature, contaminazioni, mescolanze. Nella città “tre volte Santa” le differenze sono nette, precise, affilate.

Il muro prima di tutto. Nel quartiere che ci ospita si snoda massiccio tra le vie, una presenza costante, quasi un’ombra. Lungo il suo perimetro, un cassonetto accostato alla parete in cemento e, qualche metro più in su, una corda che penzola, miseri quanto commoventi appigli per quelli che rischiano molto per scavalcarlo e uscire dall’isolamento.

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Mentre fuori cade la neve, inaspettata e capace di bloccare un’intera città in poche ore, scrivo seduta a un lungo tavolo di un luminoso appartamento, con grandi porte di legno a vetro, che abbiamo affettuosamente ribattezzato “Ferloni’s co-working Space”.

Seduti al tavolo del salotto siamo in cinque, tutti connessi al Web, chi da un computer dalla tastiera araba ed ebraica, chi dal classico Mac Air, chi da IPad, ognuno in contatto con un’altra parte di mondo, per progetti umanitari, per curare un portale dedicato all’espatrio, per studio e ricerca, ma anche  per organizzare acquisti e spedizioni di regali di Natale da e per i quattro angoli del pianeta (un salmone di quasi 3 kg sta per iniziare il suo ultimo viaggio dalla Scozia alla Terra Santa, passando per Milano).

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In questi freddi giorni gerosolimitani, nei quali gli imprevisti si sono quasi comicamente succeduti l’un l’altro, dall’elettricità razionata al blocco dei trasporti, abbiamo trovato questo caldo e accogliente rifugio grazie a Claudia Landini, nomade digitale della quale abbiamo raccontato la storia qualche mese fa, ideatrice del network expat women at work, che ci ha introdotti nella sua rete di amici espatriati.

Le famiglie di Claudia e Giorgio, così come di Marco e Guia, hanno vissuto in giro per il mondo, seguendo progetti umanitari per Ong diverse, in Paesi dalle difficile situazioni sociali, economiche e politiche, fino a arrivare a Gerusalemme, dalla quale un giorno non lontano ripartiranno, con il loro bagaglio di storie, libri, gatti, amicizie, per un’altra destinazione, a oggi ignota, non pianificata. Fatalisti? No, non credo.

I loro figli, giovanissimi, parlano correntemente almeno due lingue, se non tre, frequentano scuole internazionali, stanno pianificando il loro futuro guardando al mondo come a un’unico sterminato Paese.

Siamo ben oltre il sospirato traguardo culturale, non lontano in Italia, di pensare a noi come cittadini europei e non solo italiani, se non addirittura come toscani, lombardi, siciliani, e di vedere dunque nella mobilità una delle più grandi opportunità del nostro tempo, piuttosto che un ripiego, una alternativa obbligata o subita, una extrema ratio, insomma.

Da noi cambiare Paese è associato solo alla cosiddetta “fuga di cervelli” o alla delocalizzazione obbligata di business e aziende per sopravvivere alla crisi, è raro che se ne approfondiscano i vantaggi per la formazione personale e la crescita professionale.

Eppure, immersa in questo ambiente dinamico, multiculturale, aperto, cambiare periodicamente Paese, stile di vita, abitudini, soprattutto quando ciò che viviamo non ci soddisfa o addirittura ci annichilisce, oggi mi appare molto più sensato del stare tenacemente aggrappati alle consuetudini e a sicurezze che ormai vacillano, in attesa che “le cose tornino come erano” o “tornino al loro posto”.

In Italia è questo che si sente ripetere, tra amici, per strada, in tv, dai politici. “Dai, che sta passando” è il mantra tutto italiano. Ecco, lo stare in balìa degli eventi senza cercare di cambiarne il corso, l’atteggiamento passivo e non propositivo verso quel che accade, questo mi pare davvero fatalista.

di Marta Coccoluto