L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è vantaggiosa per una migliore selezione dei candidati, ma rischiosa perché questi possono essere condizionati dai privati. Era necessario dare un segnale sui costi della politica. Ma si tratta davvero di un segnale? 
di Riccardo Puglisi (Fonte: lavoce.info

Una scelta politica inevitabile 

Non è necessario essere un genio della comunicazione politica per capire che – in una condizione economica difficile come quella attuale – nessun governo possa chiedere ulteriori sacrifici ai cittadini senza aver prima agito sul lato dei costi della politica. Sotto questo profilo, è apprezzabile il fatto che il governo Letta abbia ieri impresso un’accelerazione importante alla riforma del finanziamento pubblico ai partiti politici, ipocritamente sopravvissuto al referendum abrogativo di vent’anni fa, emanando un decreto legge sul tema. A leggere i tweet trionfalistici di Letta, Alfano e Quagliariello il primo istinto è stato quello di immaginare un’eliminazione immediata del finanziamento pubblico. Come giudicare un messaggio di questo tenore?

Letta-tweet

Cosa dice il decreto

Il successivo comunicato stampa del Governo specifica invece che l’abolizione totale del finanziamento pubblico avverrà soltanto nel 2017, cioè tra quattro anni: prima di quella data, il finanziamento pubblico verrà affiancato –per poi essere completamente rimpiazzato- da un sistema basato sull’eventuale destinazione ai partiti del 2 per mille dell’imposta sull’Irpef, e soprattutto su contributi privati volontari soggetti a un tetto massimo per donatore e a detrazioni fiscali decrescenti con l’importo (e nulle a partire dai 70,000 euro).
Non stiamo scalando l’Alpe d’Huez dove è buona cosa salire in modo regolare fino alla vetta: una transizione così lenta al regime finale di finanziamento non è ottimale, perché lascia maggiore spazio a furbi ripensamenti a livello parlamentare. Sarebbe meglio una transizione breve, che non porti a un’abolizione totale del finanziamento pubblico, ma a un suo drastico  ridimensionamento. In attesa del testo del decreto, preoccupa quanto calcolato da Roberto Perotti: a regime –nel 2017- una serie di clausole di garanzia potrebbe lasciare il conto del finanziamento pubblico ad un massimo di 60 milioni di euro, che corrisponde a una diminuzione di un terzo rispetto al finanziamento attuale.

Pro e contro del finanziamento pubblico

Le scienze sociali, e in particolare l’economia, amano vedere coperte corte dovunque (e temo di essere sulla stessa linea di pensiero): nella fattispecie, la letteratura sul finanziamento privato delle campagne elettorali sottolinea come esso abbia dei vantaggi e degli svantaggi relativi rispetto ad un sistema di finanziamenti pubblici. Lo svantaggio principale è il cosiddetto “costo delle politiche” (policy cost), ovvero il rischio che i cittadini e le organizzazioni che finanziano le campagne elettorali dei candidati con contributi candidati chiedano poi qualcosa in cambio, nella forma di politiche a loro più favorevoli, una volta che qualcuno di loro sia stato eletto. L’idea è che si crei uno scostamento tra le politiche implementate e le politiche preferite dalla media dei cittadini (l’elettore mediano) in presenza di contributi elettorali privati.

Dall’altro lato, il vantaggio di un sistema privato di finanziamento è di carattere informativo: i finanziatori privati potrebbero essere più capaci di individuare quei candidati maggiormente adatti come politici, pagare contributi elettorali solo a questi e dunque aumentando le possibilità che essi vincano, a motivo delle maggiori risorse a disposizione. Dal punto di vista strategico, coloro che finanziano le campagne elettorali hanno convenienza a scegliere candidati di buona qualità in quanto si tratta di un “investimento” migliore rispetto a candidati peggiori, il cui livello qualitativo più basso con una certa probabilità potrebbe essere rivelato agli elettori ed indurli a non votarlo. Puntare i propri soldi su un politico di qualità più bassa espone a un rischio maggiore di vedere sfumato l’investimento, quando per l’appunto accade che tale qualità sia rivelata a tutti. Un sistema di finanziamenti pubblici alla politica si basa solitamente su criteri di assegnazione predeterminata, per cui questo meccanismo positivo di segnalazione della qualità dei politici può realizzarsi solo nell’ambito di un sistema basato su contributi privati. Dall’altro lato la speranza –talora pesantemente velleitaria- è che un finanziamento pubblico eviti il rischio di politiche catturate dai finanziatori privati delle campagne elettorali.

L’Esempio degli Stati Uniti

A parte questo, è ragionevole ritenere che il rischio di cattura sia più elevato nel caso di grossi donatori che danno centinaia di migliaia di euro, rispetto al piccolo donatore che offre 100 euro: è questa la principale ragione per essere favorevoli a limiti non eccessivamente alti al massimo contributo privato pagabile dal singolo cittadino od organizzazione. Che dire del valore segnaletico dei contributi privati in funzione del loro importo? Se i grossi contributi tendono ad andare sistematicamente ai candidati migliori, mentre l’opposto accade per i contributi più piccoli, allora abbiamo un problema, in quanto un tetto al limite massimo ci aiuta dal lato del rischio di cattura, ma ci danneggia dal lato informativo.

Fortunatamente pare che capiti il contrario (una coperta più lunga del solito): in un recente articolo con Andrea Prat e James Snyder (1) mostro come sia la somma dei piccoli contributi elettorali ad avere una correlazione positiva con la qualità dei candidati come legislatori, mentre i grandi contributi sono correlati negativamente con la qualità, ovvero candidati più scadenti ricevono sistematicamente più fondi elettorali di importo unitario elevato. Nella fattispecie, l’analisi verte sulle Camera Bassa e il Senato della North Carolina, per cui potrebbe sorgere la seguente domanda: perché la North Carolina? La risposta è semplice: perché questo stato offre i dati migliori sulla qualità dei politici rispetto a ogni altro stato. Dal punto di vista empirico, il collo di bottiglia non è certamente dal lato dei finanziamenti elettorali, in quanto negli Stati Uniti il livello di trasparenza è molto elevato: per ogni stato, tutti i contributi elettorali privati superiori ad una soglia bassa (100 dollari in North Carolina) sono di dominio pubblico, e i dati sono facilmente consultabili, anche grazie a siti come Follow the Money.

In sintesi: meglio un’eliminazione sostanziosa ma non totale del finanziamento pubblico ai partiti, con una transizione cortissima, limiti non elevati al contributo massimo e un livello di trasparenza vicino allo standard statunitense.

(1) Andrea Prat, Riccardo Puglisi, James M. Snyder, Jr. [2010]. “Is Private Campaign Finance a Good Thing? Estimates of the Potential Informational Benefits.” Quarterly Journal of Political Science 5(3):291-318.

 
Bio dell’autore – Riccardo Puglisi
Ha studiato all’Università di Pavia (dottorato in finanza pubblica) e alla Lse (PhD in economia). Dopo essere stato visiting lecturer al dipartimento di scienze politiche del Massachusetts Institute of Technology e Marie Curie Fellow all’Ecares (Université Libre de Bruxelles), attualmente è ricercatore in economia politica all’Università di Pavia. Si occupa principalmente di political economy, ed in particolare del ruolo politico dei mass media.