I film italiani arrivano sugli Champs-Elysées. Questo lo slogan del festival cinematografico De Rome à Paris, giunto alla sesta edizione, organizzato da Unefa (Unione Nazionale Esportatori Film e Audiovisivi) e Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive), con il sostegno del Ministero della Cultura e la collaborazione dell’Istituto Italiano a Parigi, che svela, in anteprima, al pubblico francese 8 lungometraggi italiani.

Ad ospitare il festival è il cinema Balzac, sala indipendente nascosta in un angolo della strada omonima, a un passo dall’Arco di Trionfo. Un’occasione per vedere a Parigi le pellicole italiane indipendenti che non hanno ancora trovato una distribuzione in Francia, da “La prima neve” di Andrea Segre a “Tutti contro tutti” di Rolando Ravello, ma soprattutto per saperne di più sulla situazione del cinema d’autore in Italia.

“Siamo fieri di annunciare la creazione di un fondo di sviluppo congiunto Italia-Francia, un aiuto finanziario alle co-produzioni italo-francesi di 500.000 euro all’anno”, esordisce durante la conferenza stampa Nicola Borrelli, direttore generale per il cinema al Ministero della Cultura, “un nuovo strumento che punta a favorire il cinema contemporaneo, valorizzando il legame con il nostro principale partner europeo”. Solo nell’ultimo anno, infatti, 20 su 37 co-produzioni cinematografiche sono state realizzate con la Francia.

Al di là, tuttavia, dell’aiuto finanziario, lo scopo ultimo della cooperazione italo-francese è la doppia nazionalità del film, sin dall’idea originale. “Purtroppo in Italia non siamo riusciti a far percepire al governo l’importanza del tema e l’unica soluzione è risalire la china con l’aiuto della Francia”, conclude Borrelli.

I toni si fanno più cupi quando parlano i protagonisti del cinema indipendente italiano, produttori e registi, ospiti della tavola rotonda sul “vigore ritrovato del cinema in Italia”, animata da Jean Gili, critico e storico del cinema, ideatore del festival del cinema italiano di Annecy. “In Italia, il cinema è l’unico settore della produzione dove, una volta portato a termine un lavoro, bisogna gettarlo in pasto ad altri”, esordisce Francesco Bonsembiante, produttore della pellicola di Segre, “quello italiano è un sistema di distribuzione desueto, viziato da agenzie regionali che gestiscono i film come fossero scarpe, in un’ottica di mercato quotidiano”.

“La situazione in Italia è complessa”, confermano Tommaso Arrighi e Stefano Lodovichi, produttore e regista del film Aquadro. “Ci si trova costantemente costretti a scegliere, tra un prodotto che vada incontro ai gusti del pubblico e la possibilità di inseguire, invece, un cinema diverso”. Giunti a metà tavola rotonda, si ha non solo un’impressione disastrata del cinema indipendente italiano, ma anche un quadro pessimo del pubblico, affamato, a quanto pare, esclusivamente di commedie leggere, di cinepanettoni e pellicole poco impegnative. 

È Bruno Oliviero, regista de La variabile umana, ad aggiustare il tiro: “esiste una nouvelle vague di documentaristi passati alla finzione, con pellicole popolari nei contenuti e nelle intenzioni, definite indipendenti, o ancora, d’autore, solo per il tipo di distribuzione a cui ricorrono”. Oliviero, che ha aperto una società di produzione cinematografica in Francia, con il regista Leonardo Di Costanzo, sostiene la necessità di concepire film proiettati verso un mercato internazionale: “c’è la tendenza a imbastardire la pellicola per renderla appetibile davanti alle società di produzione, bisognerebbe invece fare leva sull’esportabilità del progetto e non avere paura di osare”. 

nina_lisa_fuksasAnche Lisa Fuksas, regista di Nina, una vita e una carriera divisa tra Italia e Cina, sembra aprire nuove prospettive e intravedere un bagliore: “in Cina stanno per costruire un nuovo centro di produzione e distribuzione cinematografica, molto più grande di Hollywood”, racconta, “ci sono stata di recente e sono rimasta a bocca aperta, sarò forse controcorrente, ma ci sono orizzonti inesplorati, che varrebbe la pena guardare più da vicino”.

Chissà, infatti, se di fronte ai confini domestici sempre più stretti, non bisogna rivolgersi altrove per poter superare un momento di crisi. Sembra, non a caso forse, che a parlare di fuga di cervelli, nel cinema come altrove, siano coloro rimasti in Italia. Chi è già fuggito, per scelta, in alcuni casi per piacere, più che un fuggitivo, o un orfano, si sente ormai cittadino del mondo e ha già imparato a coglierne il lato positivo. 

 di Valeria Nicoletti