Sulla Giustizia si abbatterà non il Disegno Di Legge ma il Ddt ovvero il para-diclorodifeniltricloroetano, il potente insetticida, volto a debellare la malaria (nel nostro caso la malagiustizia). Poco importa che lo stesso sia stato poi dichiarato possibile cancerogeno dalla Iarc. Dunque un rimedio assai peggiore del male.

Un governicchio di larghe intese ma di strette vedute, l’ennesimo d’emergenza propinatoci da sua maestà Re Giorgio, sforna l’ennesimo tampone, incapace com’è di organizzare una vera e propria riforma, tale da pianificare la Giustizia per i prossimi decenni. Eppure non è complicato.

Innanzitutto basta comprendere appieno quali siano le cause della malagiustizia: disorganizzazione dei tribunali (dal personale amministrativo sino ai giudici); sperpero delle già scarne risorse (si pensi al processo telematico, questo eterno incompiuto e con procedure estremamente macchinose); ipertrofia processuale e formale (la metà dei processi affronta esclusivamente questioni processuali, una mostruosità); assoluta deresponsabilizzazione dei magistrati (i quali de facto non rispondono mai del proprio operato); abnorme numero dell’avvocatura (circa 220.000 iscritti agli albi); sistema normativo incerto, ondivago, mal scritto e stratificatosi nel tempo (abbiamo diverse normative dell’800 tutt’ora vigenti) con incomprensibili rimandi, deroghe, abrogazioni tacite e altre mostruosità tipiche della nostra cultura; sistema premiante per i furbi e penalizzante per le vere vittime (dal continuo aumento dei costi per l’accesso alla giustizia sino a un sistema aberrante per le  notifiche, dalle prescrizioni sino alla obbligazione in solido della tassa di registro tanto per il vincitore quanto per la parte soccombente).

Successivamente sarebbe necessario chiamare al capezzale del malato morente (lo Stato e con esso i diritti dei suoi cittadini) Anm (Associazione Nazionale Magistrati) e Cnf (Consiglio Nazionale Forense) per consultarsi e decidere quali misure definitive approntare.

Invece il governicchio tira fuori dal cilindro l’ennesimo ddl, a firma del ministro Cancellieri (con un curriculum di tutto rispetto, meglio nota per l’amicizia con la famiglia Ligresti e per essere simpatica a Berlusconi), nel quale da un lato si affronta il problema del sovraffollamento dei penitenziari, programmando l’uscita scaglionata di 1700 detenuti, e dall’altro si introducono le “Disposizioni per l’efficienza del processo civile, la riduzione dell’arresto, il riordino delle garanzie mobiliari, nonché altre disposizioni per la semplificazione e l’accelerazione del processo di esecuzione forzata” quale collegato alla legge di stabilità 2014.

Da un lato dunque lo Stato lancia un potente messaggio di legalità a tutti i concittadini: sappiate che in Italia vige la in-certezza della pena e che ove carcerati potrete uscire comunque. Poco importa che l’Italia abbia un patrimonio immobiliare enorme.

Dall’altro non si affrontano le reali cause della malagiustizia, inserendo invece ulteriori misure destabilizzanti quali: la possibilità di conoscere le motivazioni della sentenza di primo grado solo previo pagamento di una quota (il principio del poker); l’appello veloce, consentendo al giudice di appello di rifarsi alla motivazione già esposta dal giudice del provvedimento impugnato e in alcune materie che la controversia venga trattata e decisa dal giudice in composizione monocratica (poco importa che oggi l’appello duri almeno 3 anni solo perché il collegio dopo la prima udienza rinvii alla seconda inutile udienza, fissata dopo 2/4 anni); un pignoramento più efficiente (gli ufficiali giudiziari potranno ricercare i beni da pignorare con modalità telematiche: ma perché prima gli era precluso?) e garanzie mobiliari con forme di garanzie senza spossessamento al fine di agevolare l’accesso al credito delle Pmi; introducendo il principio delle cause semplici, con la facoltà del giudice, di passare dal rito ordinario di cognizione a quello sommario (l’unica misura condivisibile anche se giova ricordare come spesso avvenga già il contrario, con giudici che del tutto immotivatamente convertono il rito semplificato in ordinario); responsabilizzazione dell’attività dei difensori, prevedendo che in una causa temeraria ci sia la responsabilità in solido del difensore.

Quest’ultima misura rasenta il grottesco. Infatti è una misura palesemente intimidatoria. Da un lato posso anche condividere che in caso di dolo del difensore (e, attenzione non della mera parte processuale, elementi soggettivi che certo possono non coincidere) esso sia chiamato a risponderne direttamente. A questo punto però cara Cancellieri s’introduca lo stesso identico principio anche per i magistrati, chiamati a rispondere direttamente in caso di dolo.