Le parole, le regole, il rispetto, sono la premessa dell’educazione scolastica. Chi sta oggi in cattedra, dalle elementari al liceo, segnala questo come tema prioritario: è più difficile domare la classe che insegnarle qualcosa. L’iperattività, l’invadenza della tecnologia, il linguaggio volgare, la violenza nel gestire sentimenti e reazioni diventano stress quotidiano, e carenza d’apprendimento. Qui di seguito il racconto di cos’è successo in una classe di Roma, genitori e insegnanti hanno bloggato e twittato sul tema. paroladiprof@gmail.com è l’indirizzo per segnalare problemi e idee. Fatelo chiunque voi siate: studenti, mamme, nonni o maestre. Le parole, per noi, sono importanti.

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Luca, 11 anni, manda un sms alla sua compagna di classe: “Sei una puttana, devi andare sull’Aurelia a battere, speriamo che un benzinaio te lo mette in culo”. La bambina piange, mostra alla mamma il messaggio, lei lo gira via email ai genitori senza dire chi l’ha scritto, ma domandando a tutti: ora che si fa? Succede in una scuola di Roma, classe prima media, quartiere borghese. La email finisce sul pc sempre acceso del salotto, nel cellulare preso in prestito a papà per giocare durante il tragitto in auto. In poche ore tutti sanno tutto. Una mamma è furibonda, esige di conoscere il nome del colpevole per estrometterlo dalle amicizie della figlia. Un’altra tenta di riderci su, e viene travolta dalle critiche, tutti sanno che tenere a bada i ragazzi è un’impresa. Il traffico di foto, video e messaggi fa esplodere la frenesia del vivere in gruppo, l’ormone della preadolescenza diventa aggressività ingestibile. Non si tratta più di conquistare un turno di parola, un’occasione per brillare o parare una figuraccia.

La tecnologia, la rete dei genitori perpetuamente interconnessi, ti fa sentire al centro del mondo, osservato e giudicato: esagerare è il minimo. Le parolacce, gli insulti, sono lo scherzo quotidiano. Gli adulti, a casa, cercano di reagire spiegando, sanzionando. A scuola la vita è più dura, perchè l’istituzione non può fare l’occhiolino e risulta rigida, antiquata. “Dire stronzo al compagno di banco è come dire sciocchino – spiega Claudia, maestra da vent’anni alle elementari -. Una volta li mandavamo dalla preside per una parolaccia, ormai non si può più: tra i bambini di 8-9 anni gli insulti più grevi sono la normalità. ‘ Fanculo, ci dicono”.

Che altro? “Eh, l’altro giorno uno ha dato un morso troppo grande alla merendina dell’amichetto e si è sentito chiaramente un ‘ciccione di merda’ volare in mezzo al cortile – spiega la bidella -. Mi si è gelato il sangue. I bimbi hanno continuato a urlare e correre come niente”. Mimare il vomito sulla spalla del vicino o minacciare un “ti cago in faccia” è insegnamento tratto da cartoni edificanti come “A tutto reality”. Gestacci dell’ombrello e formule semplici tipo “dai, cazzo!” derivano invece dalle serie tv stile “I soliti idioti”, caroselli consumati prima di cena mentre i grandi cucinano. “Perchè ti arrabbi, l’ho sentito al cinema!” dice il pargolo. “É vero, l’ho portato a vedere il film con De Sica lo scorso Natale, e qualche passaggio m’ha imbarazzato – ammette una mamma in attesa di colloquio -. Voleva andarci a tutti i costi, si sentiva piccolo a vedere il cartone che gli proponevo io. Ho ceduto, e comunque è uguale, perchè gli altri già parlano così”. La maestra apre la porta, fa entrare, dice quello che vale quasi per tutti: “Ragazzino sveglio, capisce e impara, ma appena può scherza, si distrae, non disdegna spintoni e volgarità”.

La differenza è in chi soccombe. Nei bambini che restano muti tra i vaffanculo sottovoce di mamma e papà in litigio, o i colleghi del calcetto convinti nel decretare: “Non vali un cazzo, perché non t’ammazzi?”. La frustrazione, a volte, dispera. La bambina che mandava la foto del suo lucidalabbra nuovo su WhatsApp è diventata “la puttana della I B” che molti chiameranno così oggi, in cortile, mentre gioca a pallavolo.

il Fatto Quotidiano, 4 Dicembre 2013

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