Rockstar croata celebre in patria ma pressoché sconosciuta al di qua dell’Adriatico, Gibonni, nome d’arte di Zlatan Stipisic, è uno dei primi artisti balcanici che, approfittando dell’ingresso del proprio Paese nell’Unione europea, prova a varcare e soprattutto a lasciarsi alle spalle quei confini ideologici, culturali e musicali per portare a compimento il suo personale processo di integrazione. Compito assai arduo, almeno quanto lo è stato il sapersi imporre in un luogo già martoriato come la ex Jugoslavia:

“Essere musicisti in Croazia non è semplice, si hanno molte responsabilità, soprattutto a livello comunicativo. Il pericolo di essere strumentalizzato, soprattutto a livello politico, è sempre alto”. Da Tudjman in poi – racconta Gibonni –, in molti hanno cercato una sponda nel musicista di successo per far giungere in porto i loro sporchi affari. Difficile non credergli, soprattutto considerando che è proprio nel periodo in cui infuriano i combattimenti in Croazia che l’artista riesce a emergere musicalmente a livello nazionale. Finanche riuscendo a meritarsi il titolo di Ambasciatore dell’Unicef.

Oggi, a quasi 20 anni dall’inizio della carriera, il “Vasco Rossi croato” (ma senza gli ehh-ohh del Blasco)  riempie stadi, arene e domina le classifiche dei paesi della ex Jugoslavia. Con il suo ultimo disco, l’ottavo, il primo in lingua inglese intitolato 20th Century Man, e presentato anche in versione 45 giri… di cioccolata (dopo averlo ascoltato al massimo cinque volte poi va mangiato), Gibonni tenta il grande salto, anche se è impresa ostica: l’album appare superato musicalmente per via di quelle sonorità in stile Ventesimo secolo, ed è difficile che possa attecchire in un mercato già saturo. E Gibonni non è i Daft Punk.