Il libro di Valentina Furlanetto, giornalista di Radio 24, L’industria della carità. Da storie e testimonianze inedite il volto nascosto della beneficienza (Chiarelettere) non ha entusiasmato il mondo del non profit. Fin dal titolo, che contiene i termini “carità” e “beneficienza”, ormai desueti nel settore. O dalla definizione di fundraiser: “la versione patinata e tecnologicamente avanzata della vecchina che in chiesa raccoglie le offerte”. Ce ne sarebbe abbastanza per chiudere il volume e metterlo da parte. Tuttavia, il libro non si riduce a questo. In primo luogo è una denuncia, molto documentata, su alcune attività discutibili delle “multinazionali” della “carità”: nessuno l’ha querelata, prendiamo quindi atto che c’è del buono e del marcio anche nel non profit. Inoltre, ben lungi dal voler danneggiare il Terzo settore, Furlanetto fornisce anche interessanti spunti per un dibattito che può essere fecondo: l’aspetto più stimolante è quello del ruolo delle organizzazioni non profit, nel loro complesso, all’interno delle politiche di welfare.

Quando lo Stato ha cominciato a trascurare le garanzie di welfare, afferma Furlanetto, il Terzo settore (compresa la filantropia) è intervenuto con una supplenza, non sempre efficace. Il non profit si occupa di alcuni temi (alcune malattie, bisogni, disabilità), e lascia inevitabilmente scoperte altre aree. Il compito dello Stato è invece di coprire tutte le aree di disagio. La supplenza è quindi imperfetta.

Tutto il terziario è finito in una logica di sussidiarietà, in una forma di connivenza con il disinteresse del pubblico per il welfare. C’è stato, forse, anche un sistema di scambio. Lo Stato ha detto al privato: tu fai il mio lavoro, io in cambio non ti controllo. Proprio per queste ragioni, occorre oggi una legge che disciplini il Terzo settore, obbligandolo a pubblicare i propri bilanci e sottoponendolo a un’authority che, attraverso precisi parametri, renda comparabili le organizzazioni non profit.

Il libro e la conversazione con Furlanetto mi hanno ispirato una riflessione: quale non profit possiamo auspicare per i prossimi anni? Forse, è venuto il momento di dire che i colossi del non profit rischiano, spesso, di perdere di vista l’esito e la qualità dei troppi e troppo grandi progetti portati avanti. D’altra parte, le associazioni piccolissime, che nascono dall’ambizione di un presidente, che si fondano esclusivamente sul volontariato e che riproducono magari mission già esistenti su una stessa area, spesso non hanno la forza per incidere davvero sui bisogni degli individui. Sono convinta che medio sia bello. Un medio che permetta: la democrazia interna; il controllo della qualità nella conduzione del proprio operato (che sia culturale, di ricerca, socio sanitario o sociale); la professionalità del personale senza escludere l’apporto dei volontari; una certa permeabilità tra struttura e ambito d’intervento (per cui, ad esempio, non sia impossibile per i cittadini sapere chi sono i membri del direttivo e conoscerli); una rendicontazione precisa, progetto per progetto. Associazioni di questo tipo possono anche creare tra loro sinergie e progetti comuni, con grande beneficio per il territorio.

Dobbiamo infatti ipotizzare che, fuori dall’utopia, in Italia lo Stato sociale non lo rivedremo per un po’. Perché possa tornare, o meglio arrivare ai livelli dei paesi nordici, occorrono riforme strutturali che non si faranno rapidamente, come è sotto gli occhi di tutti. Il Terzo Settore dovrà prolungare probabilmente la sua supplenza, che sarà comunque meglio dell’assoluto abbandono. E’ una promessa di crescita per il non profit, ma comporta anche una grande responsabilità. Per questo, non ci si può più permettere di essere autoreferenziali e poco preparati, e ci si dovrà attrezzare per essere efficaci, efficienti, ed etici, un esempio per l’economia del paese.

Ben venga, quindi, da questo punto di vista, un ente di controllo esterno e l’obbligo dei bilanci pubblici. Ma lo Stato sia anche consapevole, da subito, che un non profit che assume un ruolo sociale di tale importanza va facilitato, non chiudendo un occhio sui suoi conti (come teme Valentina Furlanetto) bensì con una corretta gestione del 5×1000 e con una differente detraibilità delle donazioni dalle tasse. Cosa ne pensate?