Nei giorni della rivoluzione, che non deterrà mai il suo Robespierre, un uomo capace di andare all’inferno per ristabilire la pace sociale, penso ai miei poveri, loro avrebbero meritato giornate intitolate, avrebbero meritato la sovversione, la veemenza, persino parole incendiarie, un nuovo Quarto stato che avrebbe invocato la piazza e la protesta, come un tempo, il tempo dei fatti di Avola, del sangue e del fuoco, dei pastori e dei braccianti, scesi dal colle o dalle rocche oltre le mulattiere di un paese del sud. I miei poveri: uso un tragico collettivo in fondo, preso in prestito da chi li ha amati davvero. Io piuttosto me li son trovati davanti.

La prima volta che sono entrata in una mensa della Caritas non ebbi alcun sussulto, mi sembrava di aver già visto abbastanza, tutte le creature mostruose mi parve vi riparassero per una logica destinazione. Ne avevo questa percezione, e senza rimorso. Era naturale che qualcuno schiattasse in crisi di epilessia tra una portata e l’altra, erano mostri, erano ubriachi, erano diversi, erano clandestini, uomini illegali, ed è veramente ridicolo a rifletterci bene. E non potevano disturbarmi. Scrivevo di loro, non stabilivo empatia.

Sono cambiate molte cose, negli anni, sono finita invece nella medesima stretta retroguardia, benché ne restassi fuori al momento, nel caso in cui lo avessi voluto. Non basta un post per raccontare, ma non è mio interesse adesso farlo; soltanto a qualche giorno dal Natale tornano a tormentarmi, non si tratta di ricordi, ma di sussurri pietosi o volti contratti o membra fredde e esangui che giacciono simili a edicole luttuose in un qualche segreto recesso della mia memoria. Per strada talvolta ne incontro qualcuno, si somigliano tutti.

Le creature erano golem terrificanti, dovevo scriverne. Con loro, affiorava il mondo dei sommersi, come narcisi sul pelo dell’acqua, ero ossessionata da quei volti scavati, oggi realizzo che erano sempre i miei fantasmi, traducevano tutto sommato la mia poetica (quanto egoismo e vanagloria, perdonatemi), le loro lusinghe inafferrabili mi dominavano allora e anche adesso. Sedevo sulla panca del tempio, lo chiamavo proprio così, tempio, lo chiamo ancora così, un passeggio del quartiere vecchio, su cui sovrastano le colonne doriche di un santuario millenario. Scorgevo quel tale con le spalle curve rovinato dall’eroina. Dopo vent’anni, si faceva ancora. Dietro di lui la donna lo seguiva, straniata; li perdevo dentro i vicoli del quartiere, abbassavo gli occhi vergognata da tanta miseria. E sapevo che era ancora la mia. Non prendevo appunti, pensavo che era Natale o forse Natale era già andato, che io dovevo scrivere, centottanta duecento righe, viva o morta. Ecco sì, è Natale.