In un paese normale (non ideale, giusto un po’ normale, in un’Europa figlia della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e a soli due mesi dalle lacrime di Stato per i morti del Mediterraneo), il giorno dopo avremmo sentito di interpellanze parlamentari, di petizioni online, di giornalisti a chiedere, di ministri obbligati a rispondere. Il giorno dopo, intendo, aver visto un video registrato con un telefono cellulare all’interno del Cie di Lampedusa e mandato in onda dal TG2 della sera. Perché le cose che quel video mostra sono inaccettabili. Sono intollerabili, sono scandalose. Senza se e senza ma.

Qui non si tratta di discutere – più o meno animosamente, come avviene spesso su blog come questo – di politiche di inclusione o esclusione, di ius soli secchi o temperati, di leggi storte o raddrizzabili. Né di dividersi tra “buonisti” e “cattivisti”, tra realisti di destra o di sinistra. Qui si tratta, semplicemente, di indicare una soglia sotto la quale non si può, non si dovrebbe mai andare: né nella doxa delle opinioni né nella prassi della politica. Si tratta di non avallare la barbarie: la cancellazione arbitraria della dignità umana e di qualsiasi diritto (umano, appunto, prima ancora che civile).

Personalmente, faccio fatica a utilizzare in senso lato una parola come “lager”; perché tale è stata l’aberrante unicità di ciò che essa evoca, che usarla in senso metaforico, logorandone inconsapevolmente il significato, mi fa sentire a disagio. Ma certo è che ciò che si vede nel video – la violenza e disumanizzazione assurte a fredda, meccanica “normalità” burocratica – non avremmo più voluto vederlo. O almeno non avremmo più voluto vederlo nel nostro civilissimo paese, nella nostra civilissima Europa (sempre così vociante nel condannare le barbarie altrui, ma così colpevolmente silente di fronte alle proprie).

Un testo dovrebbe avere dati e argomentazioni per sorreggere un’opinione, per suggerire una tesi, da cui partire per approfondire, discutere, dissentire. E le righe che state leggendo sembrano più un appello che un ragionamento. In effetti è così. Anche perché il fatto da cui queste riflessioni traggono spunto – ciò che il video mostra – se è vero per come ci è stato presentato si commenta da sé: non ha bisogno di essere sostenuto da impianti retorici, da fronzoli dialettici. Se ciò che si vede è ciò che avviene nel Cie di Lampedusa non serve argomentare per sostenere una verità. Perché c’è una sola evidente verità, ed è – al contrario di altre verità tenute nascoste negli impenetrabili Cie italiani – sotto gli occhi di tutti: il trattamento disumano di esseri umani.

Tutto il resto è secondario, è lezioso ping pong verbale. Torneremo a discutere – anche su questo blog – di tutto e con tutti, infiorettando il linguaggio o ricorrendo all’ingiuria, contrastandoci a colpi di dati, cercando di sbugiardarci a vicenda. Accapigliandoci su flussi e riflussi, frontiere aperte o chiuse, xenofilia e xenofobia. Azzuffandoci tra accoglienti e respingenti. Ma prima dovremo ristabilire un codice comune, una soglia minima e invalicabile da cui (ri)partire. Prima dovremo opporci a questa barbarie. Non senza averne chiesto conto ai criminali che l’hanno resa possibile.