C’è un aggettivo inglese, humble, che viene tradotto con “umile” o “modesto”, ma ho come l’impressione, da semplice lettrice autodidatta di testi in inglese, che esprima un significato ancora più profondo; è quello stato d’animo che hai quando sei sdraiato sotto un cielo stellato o quando sei davanti al mare d’inverno, quando ti senti piccolo piccolo in confronto al mondo che ti circonda, ma anche molto forte perché senti di essere parte integrante di esso. 

E mi sento proprio così, humbled, dopo aver avuto l’onore di essere stata testimone di eventi piccoli e allo stesso tempo giganti, successi in questi ultimi dieci giorni.

Sono anni che sento gli italiani parlar male dei loro concittadini, di quanto siano insensibili, egoisti, ignoranti e vigliacchi. Eppure, dopo aver vissuto certe esperienze, non posso fare a meno di chiedermi se sia davvero così o se questa non sia semplicemente l’etichetta che è più semplice avere, perché implica un’assenza di assunzione di responsabilità. Perché gli esempi che ho visto in questi ultimi giorni raccontano un’altra storia.

Ho parlato con un esponente delle forze dell’ordine del famoso episodio dei “caschi levati” durante la protesta dei “forconi” e della differenza di reazioni dei cittadini alla vista delle foto dei fermati tra i tifosi della Lazio e dei manifestanti di piazza. Ho visto uomini del servizio scorte, in quel momento al servizio di un magistrato antimafia partecipante ad un convegno, ascoltare attentamente le parole ricche di rabbia e di amore per il proprio Stato di Salvatore Borsellino, ho visto le espressioni sul loro volto, gli occhi attenti e coinvolti, a volte lucidi. Ho visto le loro emozioni quando hanno voluto stringere la mano di Salvatore. Ho visto la loro disponibilità e apertura nel rispondere, in modo preciso e puntuale, alle mie critiche e perplessità su argomenti di cui non avevo mai avuto esperienza diretta, diversamente da loro, quali le missioni militari e il ruolo di un poliziotto o carabiniere al servizio di personalità controverse e “odiate” (vi ricordate la foto dell’onorevole Anna Finocchiaro e del suo carrello della spesa spinto dagli uomini di scorta?). 

Sono rimasta sbalordita e toccata dall’arricchimento che può portare un confronto sincero e aperto con persone che la pensano in modo nettamente diverso, ma che sono disposte a mettersi in discussione e a spiegare il proprio punto di vista senza rigidità o aggressività; senza la classica spocchia del voler parlare solo per convincere l’interlocutore a sposare il proprio punto di vista. Perché, come dice una mia cara amica, “etichettare sulla base delle sovrastrutture mentali che ci siamo creati nel corso degli anni è più facile, non costa fatica, non prevede che ci si debba mettere a cercare, leggere, studiare opinioni differenti, capire e argomentare sulle stesse.”

Ho visto ragazzini veneti di nemmeno 13 anni ascoltare attenti e coinvolti un signore di 71 anni raccontare degli ideali di suo fratello Paolo Borsellino, di come fosse importante credere nelle istituzioni e nello Stato. Ho visto quei ragazzini, apparentemente tutti uguali, vestiti con jeans e scarpe della Nike, con i capelli dritti induriti dal gel, tutti con il cellulare in mano, accerchiare Salvatore alla fine dell’incontro, non per farsi fare l’autografo o una foto, ma per fargli domande, per chiedergli se fosse arrabbiato con suo fratello o con lo Stato, per chiedergli come potevano aiutare.

Ho visto un negoziante veneto di carte da lettere e timbri commuoversi riconoscendo nell’uomo davanti a lui il fratello del “giudice Paolo“. 

Ho visto un medico in pensione devolvere tutto il suo stipendio di consigliere comunale al movimento politico di cui fa parte, utilizzando parte di esso per organizzare un incontro antimafia apartitico per sostenere Nino Di Matteo, i magistrati del pool di Palermo e l’avvocato Fabio Repici. Ho visto quel medico e sua moglie aprire le porte della loro casa a due persone che avranno visto di presenza sì e no quattro volte perché “non potevate non esserci in questa giornata”.

E poi oggi ho visto un avvocato onesto e perbene vincere la sua guerra contro un capomafia. Dopo anni e anni di denunce fatte di nomi e cognomi, in solitudine, dopo essere stato oggetto di attacchi per mezzo di campagne di stampa, veleni di ogni tipo, dopo essersi visto accusare dallo stesso capomafia di aver ordito il “solito” ed improbabile complotto ai suoi danni, dopo aver subito minacce più o meno velate, a volte vergognosamente dirette e pericolose, anche all’interno di aule di giustizia, finalmente ha visto premiati i suoi sforzi. Il capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Rosario Pio Cattafi, è stato condannato a dodici anni di carcere per associazione mafiosa e calunnia ai danni dell’avvocato Fabio Repici. 

Ecco, quando sei testimone diretta di certi episodi, quando osservi, humbled, la passione e il coraggio di certe persone, di cui in questo piccolo articolo ho fatto solo alcuni esempi, non puoi sinceramente pensare che noi italiani siamo geneticamente insensibili, egoisti, ignoranti e vigliacchi. Forse dovremmo semplicemente guardare agli esempi più elevati, perché ce ne sono e tanti, anche se a volte può essere più difficile, perché queste persone ci spingono, attraverso il loro “semplice” esempio, a sforzarci di diventare persone migliori.