Prendi un po’ di volti nuovi, circa la metà, e affiancali agli esponenti delle correnti tradizionali. Condiscili con gli ex segretari del partito (presenti di diritto) ed esponenti come quel Franco Marini, che oggi avrebbe potuto sedere al Quirinale e invece si è dovuto accontentare della poltrona della commissione di garanzia del Pd. Parte così, la nuova direzione del Partito Democratico targata Matteo Renzi, con 120 membri (più i sindaci e gli aventi diritto), in cui le quote sembrano assegnate con il bilancino, per non fare tremare troppo le vecchie guardie. Tra i big, a restare fuori dai ruoli chiave, solo Rosy Bindi e Anna Finocchiaro. La prima, in parlamento dal ’94, non ha mai nascosto la scarsa affinità con il neosegretario, l’altra (eletta nell ’87) era assente all’assemblea di Milano.

Ieri si sono studiati e si studiano, i rottamatori e i rottamandi. Sono stati soprattutto gli ex segretari del partito a provare a limitare le uscite del Renzi che vuole “restare ribelle”. Il rinnovamento ”è giusto e fisiologico. L’unica cosa che credo sia giusto fare è però rispettare storie e persone che hanno cercato in questi anni di vivere una sinistra nuova”, gli ricorda Valter Veltroni. E aggiunge: “Renzi, non da solo, può tentare, innovando, di sconfiggere la storica attrazione verso le risposte populiste e demagogiche, quella che ha distrutto il paese da Mussolini ai giorni nostri”. Per il segretario uscente Guglielmo Epifani, con il suo successore c’è “una svolta generazionale”, ma non pensa “ci sia una svolta nei valori”. Le due anime del Pd “non potranno che dialogare: la generazione più anziana dovrà essere più generosa nei confronti dei giovani più di quanto abbia fatto finora e la generazione che avrà in mano il futuro di questo partito e di questo Paese dovrà guardare con rispetto a chi prima di sè ha dato una mano a costruire il partito e il Paese”. E infatti il sindaco di Firenze sceglie il fair play istituzionale, ringraziandoli dal palco: “Grazie Pier Luigi, grazie Walter, bravo Enrico…”, rispetto al Big Bang del 2012, quando aveva detto: “Cari D’Alema, Veltroni, Rosy e Franco Marini avete fatto molto per il partito: ora basta, fatevi da parte”.

Ma è poco prima dell’ora di pranzo che i big del partito si rilassano, quando si è saputo che gli ex presidenti del Consiglio sarebbero entrati nella direzione del Pd. Massimo D’Alema e Matteo Renzi si stringono la mano. Il primo resta in sala, durante il discorso del neosegretario e commenta: “Quello di Renzi è stato un buon discorso, la mia valutazione è positiva”. Nella direzione entrano gli sfidanti di Renzi alle primarie: Gianni Cuperlo, che ha accettato, dopo qualche iniziale ritrosia e soprattutto dopo il pressing dei Giovani Turchi, la presidenza del partito. Nonostante i sorrisi e le strette di mano tra i padiglioni della fiera di Milano, la distanza tra i due resta abissale; è Cuperlo a marcarla proprio prima di entrare all’assemblea: “Mi dimetterò se Renzi sarà incompatibile con la nostra tradizione politica”, aveva detto poco prima dell’inizio dei lavori. ”Se dovessi prendere atto” una volta eletto presidente del Pd, che la linea politica portata avanti dal nuovo segretario Matteo Renzi “non è compatibile con le idee e il progetto politico portato avanti fin qui in questi anni, non avrei mezzo secondo di esitazione a lasciare questo ruolo”. Renzi ha tentato di ridimensionare queste dichiarazioni, con un serafico “Cuperlo non è un presidente do ut des”. Cuperlo e i cuperliani non vogliono rinunciare a fare opposizione interna, nonostante abbiano rifiutato l’offerta di sedersi anche nella direzione del Pd. Dove siede invece un civatiano come Filippo Taddei, nominato esperto economico della squadra di Renzi. Ma Pippo Civati, eletto anch’egli in direzione, è riuscito a piazzare anche alla vicepresidenza Sandra Zampa, ex portavoce di Romano Prodi.