“Pensiamo al giovane Bill Gates e ci meravigliamo che il nostro mondo abbia permesso ad un tredicenne di diventare un imprenditore dal successo favoloso. Ma questa è la lezione sbagliata. Il nostro mondo ha solo concesso ad un tredicenne l’accesso illimitato ad un terminale in time sharing nel 1968. Se a un milione di adolescenti fosse stata data la stessa opportunità, quante altre Microsoft avremmo oggi? I fuoriclasse sono il prodotto della storia e della comunità di appartenenza, delle occasioni e del retaggio culturale”. Così ha scritto Malcolm Gladwell nel suo bestseller Fuoriclasse, pensando a come far nascere ed attecchire una nuova classe imprenditoriale. 

Da noi invece oggi risuonano altri pensieri e altri numeri. Uno tra tutti è il ventotto. Sono ventotto le scadenze solo negli ultimi due mesi (tra il mese di novembre e dicembre 2013) per le eroiche imprese nostrane. Ben ventotto scadenze fiscali e retributive, almeno dai dati diffusi qualche settimana fa dalla Cgia di Mestre. Un bel regalo di Natale per chi fa impresa.

Perché oggi è la burocrazia, oltre ad una tassazione insostenibile, a gravare sulle piccole e medie imprese del tessuto economico italiano, sugli artigiani del made in Italy, sulle giovani aziende appena costituite. Autorizzazioni, procedure, compilazioni di varia natura. Proprio sull’avvio imprenditoriale, la Banca Mondiale ha realizzato un report, il World Bank 2013. Doing Business in Italy 2013, da cui risulta che nel confronto internazionale l’Italia è agli ultimi posti: su un totale di 185 Paesi, nell’indice di facilità nell’apertura dell’impresa l’Italia si posiziona al 73simo posto (Usa al quarto, Gran Bretagna al settimo, Germania al ventesimo, Francia al 34simo e Spagna al 44simo). 

Ed è proprio sugli adempimenti nell’apertura dell’impresa che si è soffermata la ricerca promossa dai Giovani Imprenditori Cna Bologna, e che abbiamo presentato questa mattina nell’ambito del Premio Giovani Imprese 2013 alla Camera di Commercio di Bologna. La burocrazia è ancora uno dei maggiori ostacoli. La difficoltà nella comprensione delle pratiche e i tempi lunghi di risposta alle autorizzazioni sono stati il maggior impedimento per il 40% degli intervistati. All’avvio di impresa la burocrazia è l’elemento negativo più rilevante per il 68% dei neo-imprenditori, battuto comunque dalla pressione fiscale che opprime il 77% dei nuovi imprenditori. Nonostante gli ostacoli, c’è voglia di fare: tre giovani su quattro hanno dichiarato di aver aperto l’azienda per scelta, solo un quarto per necessità. E c’è di più. Nonostante le difficoltà incontrate, il 65% non ha mai avuto dubbi né pensato di abbandonare l’idea di fare impresa. Insomma, il messaggio sembra essere “fateci lavorare”. Nonostante tutte le difficoltà, la crisi di sistema, l’erogazione a singhiozzo del credito da parte di banche e istituti. “Fateci lavorare”, magari snellendo le pratiche e rendendo più efficiente una macchina burocratica troppo autoreferenziale.

Ai neoimprenditori è stato anche chiesto la facilità di accesso ad un interlocutore  per una prima valutazione dell’idea. Il 32% ha detto che è stato mediamente facile. Tra quelli individuati l’associazione di categoria fa la parte del leone con un 40%, ma è interessante il numero di chi ha cercato le informazioni solo sul web, il 13%. Occorre precisare, e questa è una premessa d’obbligo, che ciò è stato chiesto in un contesto territoriale fertile, che vive una situazione di crisi, ma in modo più circoscritto rispetto ad altre aree italiane. Ma è proprio questo il punto. È il contesto che fa la differenza, il sostegno delle reti e infrastrutture fisiche e immateriali che un neo imprenditore trova nella propria realtà geografica. Non a caso per il rapporto della Banca Mondiale, Bologna è una delle città più virtuose.

Comunque la rete di relazioni è giudicata l’elemento più positivo dal 74%. Perché il punto è proprio quello di andare oltre il senso di solitudine del fare impresa. Una delle risposte fornite dai giovani imprenditori del bolognese è proprio questa necessità di fare network. La nuova imprenditorialità made in Italy, al netto delle dichiarazioni dei soliti tromboni e uccellacci del malaugurio, dovrà attecchire necessariamente in un terreno molto più malleabile alle contaminazioni rispetto al passato.