Quando Morgan e Mika, giudici non seriosi, per contratto scopritori di nuovi talenti, hanno invaso il palcoscenico per duettare e cantare i rispettivi successi, qualcuno avrà pensato che un’esibizione così, musicale, Fabio Fazio e Luciana Littizzetto non l’avrebbero imitata a Sanremo. Per fortuna. La differenza fra il rito più stanco che tradizionale del Festival e l’esuberanza creativa (e così poco italiana) di X Factor sta proprio qui: a Sanremo lo spettacolo si fa canzone, su Sky la canzone si fa spettacolo.

Perché la musica, se ci fosse un cronometro, stravince le chiacchiere, le interviste a vecchi attori che la Rai acquista ai saldi o al corredo di polemiche studiate a tavolino. Il Festival non ha dilapidato il patrimonio musicale italiano che la vedeva monopolista: semplicemente, i monopoli non esistono più. È successo con Miss Italia, con il Grande Fratello, persino con il varietà del sabato sera e il contenitore domenicale: c’è un tempo per ciascuna cosa, ma non c’è un tempo per tutto. E Viale Mazzini sbaglia, e non lo dicono i conti e neanche lo share, a mantenere in vita, come se nulla fosse successo, come se fosse in Goodbye Lenin, a fabbricare con le stesse cuciture e la stessa stoffa un capo che non va più di moda: non per il pubblico, ma per i cantanti e le etichette. Sky ha investito milioni di euro per X Factor, non ci ha guadagnato, però ha conquistato credibilità, freschezza e vetrina. Non è la prima volta.

Ogni anno si concede questa sbornia mediatica e d’entusiasmo. Anche Sanremo è una spesa enorme per la Rai, ancora più delicata in queste stagioni di precarietà finanziaria: ma soltanto un giocatore inesperto può puntare l’intera posta sul solito cavallo. La celebrazione collettiva e unanime di X Factor è ingannevole come qualsiasi evento che non provoca neanche un minuscolo dissenso. La finale di Milano, la puntata più seguita, aveva un tratto di involontaria finzione. Il contratto per il vincitore con la Sony, non certo un giochino, non poteva mai capitare fra le mani del gruppo di Nocera Inferiore (secondi), gli Ape Escape. E il commentino di Morgan, il “maestro” di Michele, che alludeva proprio a Sony prima di conoscere il verdetto, un sospetto l’ha lasciato. Al risparmio, però evitabile, la comparsa di Elisa e Giorgia che dovevano promuovere il video.

Inadeguato il formale Alessandro Cattelan, anche se abbastanza presente e vivace all’ultimo giro. Coreografica la presenza di Simona Ventura. Un po’ fuori forma Elio. Strepitoso Mika, mai banale Morgan. Curiosa la scritta, comparsa nei minuti conclusivi, che avvisava “marchi e prodotti ai fini pubblicitari”. Il pompatissimo Marco Mengoni, che trionfò nella terza edizione, ancora in onda su Rai 2, è tornato dove l’hanno plasmato. Ed è tornato a X Factor 7 da vincitore di Sanremo, l’anno scorso. Qualche ora fa, invece, Renato Zero ha declinato l’invito di Fazio per il Festival: il confronto sarebbe anacronistico, ha detto. Errore. Perché ormai vale molto, molto di più X Factor che il Festival.

Il Fatto Quotidiano, 15 dicembre 2013